Miles Kane, sappiamo chi sei e dove vai

Miles Kane Don’t Forget Who You Are recensione

Miles Kane
Don’t Forget Who You Are
(Sony)

Pare quasi un monito verso se stesso, quel “non scordare chi sei” che titola l’album, secondo della carriera solista di Miles Kane, ex ragazzo prodigio dell’indie pop inglese con i Rascals e compagno di Alex Turner nell’affascinante progetto Last Shadow Puppets. Dopo un buon album di debutto, il giovane Kane, fatte salve le sue incrollabili influenze anni Sessanta e il suo costante tributo a nomi come Ray Davies, Pete Townshend e Paul Weller, ritorna con questo Don’t Forget Who You Are, un lavoro che per fortuna lascia intravedere anche aperture più hard e qualche bel riferimento al glam rock dei primi anni Settanta. Proprio questo avanzamento cronologico sembra aver contribuito a scongiurare un secondo capitolo troppo legato a un’epoca d’oro che può rapidamente diventare un’arma a doppio taglio. Nulla di cui i fan debbano preoccuparsi, sia chiaro, anche perché pezzi come Out Of Control (una ballad condotta da piano e archi), Bombshells (quasi un tributo agli Who) e la title track (atmosfere western e ritornello pop con un classico la-la-la) mettono in chiaro dove stia il cuore di Miles Kane, ma è bello sapere che altre influenze vengono alla luce con cura.

L’apertura di Taking Over, con quella chitarra quasi fuzz, è un robusto pezzo rock, You’re Gonna Get It, scritto assieme a Paul Weller, è un potente inno da stadio, Fire In My Heart ricorda come Jake Bugg non abbia inventato nulla che non rientrasse già nella classica tradizione brit, What Condition Am I In? scippa con savoir-faire la parte ritmica a Start dei Jam e la innesta su un robusto rock’n’roll.

Insomma, va bene ricordarsi chi si è e da dove si viene, ma è altrettanto importante muoversi e progredire, a rischio di perdere per strada qualche fan troppo innamorato degli anni Sessanta e di artisti che non torneranno più. Bravo Miles.

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