La solita e sana caterva di legnate nel nuovo album dei Motorhead

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Motorhead
Aftershock
(UDR GmbH)

Ventunesimo album in studio per i Motorhead: Aftershock è l’ennesimo concentrato di hard & heavy sferragliante, con spruzzate di bluesaccio e la solita attitudine a base di Jack Daniel’s e sizze. Lemmy ha fatto spaventare non poco le platee di mezzo mondo con i suoi recenti problemi di salute, che lo hanno costretto ad annullare diverse date del recente tour. Tuttavia, come si dice in questi casi, tutto è bene ciò che finisce bene, e la pubblicazione del nuovo lavoro è il miglior attestato possibile di come le cose per il power trio si stiano rimettendo al meglio.

Nell’attesa di rivederli sul palco, luogo dove i Motorhead nonostante le quasi 68 primavere del frontman danno ancora lezioni di rumore a tutti, Aftershock propone buonissimi spunti come l’iniziale titletrack, la sparatissima End Of Time e Do You Believe, che ricorda molto da vicino la stupenda Life’s A Bitch del 2004 contenuta in Inferno, ritenuto da molti l’ultimo capolavoro dei Nostri. Ci sono anche divagazioni sul tema velocità a cannone, come l’alcolicissimo blues di Lost Woman Blues e Dust And Glass, oppure il pianoforte da saloon presente in Crying Shame e il riff AC/DC di Keep Your Powder Dry, o ancora il sapore di Seattle (!!) nelle strofe di Silence When You Speak To Me, dove Phil Campbell e Mikkey Dee si divertono a omaggiare Man In The Box degli Alice In Chains.

A onor del vero quattordici pezzi sono troppi, Death Machine o Queen Of The Damned alla lunga stancano. Nulla che comunque vada a danneggiare il risultato complessivo di un lavoro solido e garanzia di legnate. Tutto nella norma insomma. E meno male.

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