Onstage

Mumford & Sons Babel

Mumford & figli ritornano tre anni dopo Sigh No More, miglior album inglese ai Brit Awards del 2011.

Recensione Mumford & Sons BabelMumford & Sons
Babel
(Gentleman Of The Road / Cooperative Music)

Approvati da tutti e stroncati da Pitchfork (leggi: approvati all’unanimità), Mumford & Sons ritornano tre anni dopo Sigh No More, miglior album inglese ai Brit Awards del 2011. Inutile dirlo, a grandi imprese corrispondono grandi aspettative; e il loro particolare approccio – che unisce folk, bluegrass e rock – necessita di tanta qualità in fase di scrittura per funzionare a dovere. C’è da dire che le intenzioni della band di Londra sono sempre state chiare, fin dall’annuncio del nuovo disco: non si cambia, semmai si lima e si cerca di perfezionare lo stile. Ed è proprio quello che succede in Babel: alla sedia del mixer c’è il fido Marcus Dravs (il loro primo e unico produttore, tra l’altro fresco di Coldplay), i testi rimangono aulici (se Sigh No More era un verso rubato a Shakespeare, Babel ha un evidente riferimento religioso) e la musica non cerca di stupire, ma punta a confermare.
Gli ingredienti della formula vincente dei ragazzi si riconoscono subito: un muro sonoro composto da vari strumenti a corda, la voce di Marcus sugli scudi e un impasto ritmico che travolge nonostante manchi un vero batterista (cassa e qualche piatto bastano e avanzano). Il singolo I Will Wait è raffinatissimo nella sua accessibilità, i momenti più lenti e intimi (Ghost That We Knew e Reminder) parlano al cuore, mentre quando il rock ha la meglio viene fuori un pezzo come Lovers Of The Light, dove la batteria c’è e il banjo viene filtrato attraverso una distorsione. Verso la fine del disco una bomba emotiva come Broken Crown toglie il fiato, per poi lasciare spazio a Below My Feet e Not With Haste, due oneste dichiarazioni di umiltà e passione: “Saremo ciò che siamo, e loro cureranno le nostre ferite / la tristezza rimarrà lontana”. Bene così.

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI