I Negrita tornano dannatamente rock con il loro album più maturo

Negrita 9 cover

La band pubblica il loro nono album, non a caso intitolato 9. Un lavoro molto atteso e che rispetta le aspettative sui Negrita. Leggi la nostra recensione.

Negrita

A differenza di altre band salite alla ribalta nel corso degli anni Novanta, i Negrita sono tra i pochi gruppi non impegnati ad autocelebrarsi o a ricordare a tutti di essere stati famosi per un brano o un album in particolare, magari da ripubblicare risuonato e con la presenza di super ospiti. Potrebbero benissimo farlo, come dimostra il best of di qualche anno fa, ma non avrebbe molto senso, perché all’apice creativo e della fama sono arrivati solo nel corso dell’ultimo lustro. Amati alla follia sin dagli esordi da un numerosissimo zoccolo duro, gli aretini hanno raccolto fino in fondo quanto di buono avevano seminato solo dopo l’uscita di Dannato vivere, con tutti i pro e i contro che riempire i palazzetti di tutta Italia può portare in termini di rapporto col proprio pubblico. Insomma, questo è forse il primo album che vede Pau e compagni attesi da una pressione che compete ai big della canzone italiana, come è giusto che sia. Anche perché se la grandezza di una band si misura sul palco, i Negrita questo posto lo avrebbero dovuto possedere già da diverso tempo.

Che sentano o meno questa pressione, il bagno di folla degli ultimi anni non ha modificato di una virgola l’attitudine che da sempre ne caratterizza le produzioni discografiche. Se siete dunque tra quelli che li hanno sempre amati per il loro eclettismo musicale e per i testi spesso così personali da diventare paradossalmente universali, non potrete che amare questo nuovo attesissimo lavoro. 9 ha tutte le caratteristiche che un album dei Negrita dovrebbe avere e basta l’ascolto delle prime tre tracce per capire che è un album dannatamente rock. L’iniziale Mondo politico è un calcio nello stomaco che si candida ufficialmente ad aprire gli show del nuovo tour. La successiva Il gioco, primo singolo estratto dal disco, si fa notare per un sound più radiofonico (il che non significa per un testo da canzonetta), mentre Poser è un altro brano che dal vivo funzionerà alla grande: musicalmente a metà tra Black Sabbath e Black Keys e con un testo tra l’ironico e l’acido che mette alla berlina una categoria nota a tutti – la stessa che Kurt Cobain aveva sbeffeggiato con In Bloom.

Nonostante il mood generalmente rock, la vera forza del disco sta nella varietà di stili presenti: con una ballad totalmente atipica come Se sei l’amore, che ha un testo in bilico tra rassegnazione e disillusione; oppure con le lunghissime code che ricordano gli Who. O, ancora, con sonorità space rock (sì, avete letto bene) e quella spiritualità di fondo che traspare in più di una traccia (Ritmo umano su tutte) e ci ricorda come 9 sia un lungo viaggio all’interno della coscienza dei suoi autori. Piccola nota finale per la conclusiva Non è colpa tua, dedica spassionata e divertita a Shel Shapiro, altro grande outsider della musica italiana.

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