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Radiohead – The King Of Limbs

Radiohead

The King Of Limbs

(XL Recordings)

Lunedì 14 febbraio 2011. Sulla homepage del sito ufficiale dei Radiohead appaiono un disegno e una scritta, “Thank you for waiting”. Cliccando l’immagine, apprendiamo la notizia: fra cinque giorni verrà pubblicato The King Of Limbs, il nuovo album del quintetto inglese. Lo si può già preordinare: 7 euro la versione digitale, scaricabile a partire da sabato, 36 euro la versione “newspaper” che ugualmente permette il download e in più include vinili, CD e chili di artwork, il tutto recapitato direttamente ai gentili acquirenti a partire da maggio. Il web esplode. Sui social network i messaggi fra appassionati di musica non parlano d’altro e ci si rimbalza la notizia. Passano quattro giorni, non cinque, e sempre sul sito della band fa la sua comparsa il video di Lotus Flower, primo singolo, insieme a una dichiarazione: “È venerdì, siamo quasi al weekend, c’è la luna piena… Potete già scaricare The King Of Limbs se volete”. L’ottavo disco in studio del gruppo più influente nell’ambito del rock alternativo (e non solo) viene alla luce in questo modo: con due annunci repentini e un giorno d’anticipo. Un evento straordinario. Quanto accaduto non è altro che il secondo atto di una rivoluzione innescata da Yorke e soci con In Rainbows, capitolo targato 2007, che venne pubblicato in totale autonomia e poteva essere scaricato pagando una libera offerta. Una rivoluzione che è anche il segno di una piena presa di coscienza del nostro tempo. La musica, come le notizie, è liberamente accessibile tramite la Rete in pochi istanti da un pubblico vastissimo: dunque perché non sfruttare appieno le possibilità di questo media? Più esattamente la domanda è: ai Radiohead, serviva ancora il sostegno di una major? La risposta è scritta e la strada segnata per chi ne vorrà seguire l’esempio. In questo momento, milioni di persone avranno scaricato, legalmente o meno, la loro copia, e la staranno ascoltando nell’iPod, in macchina, nelle loro case. Otto brani, neanche quaranta minuti di durata per un disco che spiazza dalla prima traccia e al primo ascolto. I cinque di Oxford spostano nuovamente il loro linguaggio pur conservando l’estetica che li contraddistingue da sempre. Si muovono su ritmiche tese fra l’afro-beat e la drum’n’bass (Bloom e Feral), destrutturando la forma canzone, per tornarci invece con un brano che è quasi soltanto voce e chitarra (Give Up The Ghost), portando la sperimentazione dei suoni, come sempre meravigliosi, su vette altissime. Un disco dall’enorme spessore, da ascoltare più volte per essere compreso appieno, importante tanto quanto la dichiarazione di indi- pendenza che lo ha accompagnato.

 

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