Onstage

Aerosmith Music From Another Dimension

Recensione Aerosmith Music From Another DimensionAerosmith
Music From Another Dimension!
Sony Music

“Ci sono stati molti momenti complicati. A dire la verità c’è stato più di un periodo in cui ho pensato che la fine della band fosse davvero molto vicina. Tuttavia in fondo all’anima sapevo che questo non sarebbe mai successo e anche per il futuro non ho alcun dubbio a riguardo. Abbiamo sempre avuto momenti difficili nel corso della carriera, in cui nessuno di noi aveva voglia di passare del tempo insieme agli altri, ma alla fine siamo sempre tornati uno dall’altro, come attratti da qualcosa di impossibile da evitare.”. Con queste parole, sofferte ma allo stesso tempo foriere di buoni propositi per il futuro, un sorridente Steven Tyler ha presentato Music From Another Dimension! alla stampa mondiale radunatasi in quel di Los Angeles in un caldo pomeriggio californiano.

I motivi per cui gli Aerosmith abbiano impiegato undici lunghissimi anni per ripresentarsi al proprio pubblico con un disco di inediti sono più o meno noti, ma in ogni caso di difficile comprensione: quando Just Push Play riempì i negozi di dischi, l’epoca del download illegale era agli albori e il gruppo di Steven Tyler e Joe Perry era in grado di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, anche un album minore come quello. Pochi anni dopo, il ritorno alle origini blues di Honkin’ On Bobo era sembrato il primo passo verso un come back in studio di un certo livello, ma anche in quel caso, una volta uscito l’album, tutto subì una brusca frenata. Ora, l’album che rischiava di diventare il loro personale Chinese Democracy (disco dei Guns N’ Roses uscito, nel 2007, 15 anni dopo il precedente) vede finalmente la luce e, in qualche maniera, prova a risarcire un pubblico paziente ma quasi esasperato.

Diciamo subito che chi si aspettava una ricomparsa delle sonorità anni Settanta della band rimarrà parzialmente deluso: in effetti, le sperimentazioni di inizio millennio sono scomparse e anche la produzione si è fatta meno patinata, tuttavia l’album si muove maggiormente su coordinate vicine ai prodotti degli anni Novanta e ciò di per sé non è per forza di cose un male, anzi. Jack Douglas ha svolto ancora una volta un lavoro egregio, dimostrando di essere il produttore in grado di far lavorare la band al top, tirando fuori il meglio da ogni membro: non è un caso che dopo decenni ogni componente del gruppo abbia partecipato alla fase compositiva del disco.

Una cosa è certa, la band è in forma smagliante e ci tiene a metterlo bene in mostra: brani come Street Jesus, Oh Yeah e la splendida Out Go The Lights sembrano effettivamente usciti dagli archivi, mentre il primo singolo Legendary Child vede le sue origini nelle session del fortunatissimo Get A Grip, datato ormai 1991. Come era logico aspettarsi, non mancano nemmeno le classiche ballad che da sempre ricoprono un ruolo di prim’ordine nel canzoniere dei Toxic Twins, ma che questa volta non sembrano rappresentare il perno dell’album. Su tutte, a svettare sono We All Fall Down (la canzone del lotto a cui il cantante pare essere più legato) e la conclusiva Another Last Goodbye, in pratica cantata acappella dal solo Tyler – davvero da brividi lungo la schiena. Insomma, aspettative rispettate in pieno? Se vi avvicinate per la prima volta alla band di Boston, dopo un solo ascolto correrete a comprarne la discografia completa. Se invece fate parte da anni dell’Aero Force One, be’, vi divertirete come ad una cena in compagnia di vecchi amici di sbronze, quelli da cui sapete perfettamente cosa aspettarvi in ogni occasione.

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI