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Green Day ¡DOS!

Recensione Green Day DOSGreen Day
¡DOS!
(Warner)

Ci eravamo lasciati con l’auspicio che il secondo capitolo della trilogia dei Green Day fosse migliore del primo disco, permeato da un finto pop rock perfetto per la Prom Night, la festa di fine anno delle scuole americane. Ci aveva illuso anche il buon vecchio Billie Joe, che aveva dichiarato a Rolling Stone la scorsa estate come ¡DOS! avesse un sapore più garage rock, sporco. Ok, non c’è. Unica, flebile, eccezione Fuck Time. «Quando portammo American Idiot a Broadway un ragazzo del cast, Theo Stockman, aveva iniziato a soprannominarsi “The King of Fuck” – aveva raccontato Billie – Poi, è diventato un rito: ogni volta primo dello show, i ragazzi si abbracciavano, mettevano le loro mani in mezzo e dicevano: « One, two, three, it’s fuck time!». Così, ho scritto questa canzone e l’abbiamo suonata in un club di New York durante un concerto del nostro side project Foxboro Hot Tubs e al pubblico piaceva. Molto. Così abbiamo pensato: è molto bella, perché lasciarla ai nostri alterego?». Il brano ha effettivamente un bel tiro, sembra riportare agli antichi fasti dei Green Day ma rimane un episodio isolato all’interno di ¡Dos!.

L’album si apre con l’acustica See You Tonight (molto dylaniana), non proprio Smells Like Teen Spirit (prima traccia di Nevermind). Poi, Fuck Time. Una doppietta che lascia di stucco, come se non fosse chiara la direzione da prendere. Con Stop When The Red Lights Flash il disco comincia a riscaldarsi con un tiro old school, un buon ritornello e una ritmica che rimane nel cervelletto. Una caratteristica propria anche delle altre tracce, come Lazy Bones. Un elemento che allo stesso tempo è croce e delizia del nuovo lavoro dei Green Day, perché lascia intravedere le potenzialità musicali di cui sono capaci i tre musicisti – in grado come pochi di creare melodie facili da fischiettare sorrette dai colpi di una batteria da urlo – ma sembra allo stesso tempo non essere mai in grado di spiccare il volo, di lasciare le briglie e portare l’ascoltatore davvero lontano.

Altri esempi eclatanti sono Wild One che tira i fili dell’iconografia anni ‘50 già esplorata nella penultima traccia di ¡Uno!, Rusty James, o Makeout Party (sempre presa dal cassetto Foxboro Hot Tubs), Wow! That’s Loud (molto vicina a She’s A Woman dei Beatles) e il primo singolo estratto, Stray Heart, tutto costruito intorno ad una linea di basso che “ricorda” You Can’t Hurry Love delle Supremes (come già fu per Kill The Dj, contenuta in ¡UNO!, la cui ritmica “cita” Robot Rock dei Daft Punk). Amy, personale tributo di Billie all’amica Winehouse è una goccia cristallina in un lago fatto di canzoni aperte e mai davvero chiuse. Si fa carico di salvare un disco, ma noi salviamo solo lei. In conclusione, il 2012 doveva rappresentare un’altra delle grandi annate per i Green Day, ma si è rivelato il loro annus horribilis.

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