Red Hot Chili Peppers, finalmente un sound maturo e coeso

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Tra tutti i grandi ritorni del 2016, quello dei Red Hot Chili Peppers è forse il più difficile da collocare. The Gateway è arrivato un po’ a sorpresa, senza che fosse neanche così tanto atteso. Questo in parte per la grande delusione della decima prova in studio I’m With You, in parte perché è difficile aspettarsi qualcosa di nuovo o brillante da una band che non può che essere ancorata al suo passato e pienamente consapevole del rischio che si corre nel tentare di mischiare le carte in tavola. Ovviamente più per colpa nostra che per colpa sua.

red-hot-chili-peppers-the-gatewayEppure qualche sussulto al primo ascolto di Dark Necessities l’abbiamo avuto tutti quanti: il singolo è sostanzialmente perfetto per un comeback degno di nota. C’è il basso di Flea che riprende ad essere la pianta rampicante che ha avvolto ogni brano dei Red Hot dell’ascesa, c’è il sound inconfondibile – e forse inevitabile – che elargisce generose dosi di California, c’è il ritornello che è un innesto duro a morire. Il resto di The Gateway è frutto di un gran lavoro in studio, visto e rivisto, rimaneggiato sotto la sapiente guida di Danger Mouse, che in sede di produzione non si è accontentato di quanto presentato dalla band e ha preteso ciò che è giusto pretendere da Kiedis e company. Anche Josh Klinghoffer sembra aver trovato un proprio posto. Dal vivo le prime apparizione nei festival europei hanno confermato che quel contrasto suttocutaneo con Flea ancora fatica a sparire del tutto, ma in studio una quadra è stata trovata, e questo non può che essere motivo di grande esultanza per i fan.

C’è un sacco di funky, accompagnato da venature blues vagamente malinconiche che si insinuano tra le liriche cupe, eppure il combo californiano non suonava così maturo e coeso da parecchio tempo. Peccato che il mood generale sia un po’ decadente, ma la presenza sui palchi di tutta Europa chiedeva una pubblicazione e perciò eccoci qua, ad ascoltare un disco che, quando si arriva a tracce come Encore e The Hunter, ci fa pensare: “sì ok, ma non è estate?”.

Peccato anche che i vari pezzi, presi singolarmente e senza pensare all’economia generale di un capitolo discografico, fatichino a sopravvivere. Ad eccezione del main single e delle reminiscenze ispirate dall’affascinante The Longest Wave non ci sono episodi memorabili, a conferma di quanto preannunciato dalla recente storia: pare che i Red Hot abbiano perso il tocco magico per gli evergreen. Unendo tutto questo all’anagrafico affievolirsi degli spunti iconici – per ovvi motivi, persino la fisicità di Kiedis sta perdendo appeal – il quadro che si delinea non è dei più rosei. Ne è una triste conferma il fatto che il topic principale che in questo decennio ha ruotato intorno ai Red Hot sia l’esilarante rivalità tra i gemelli-separati-alla-nascita Chad Smith e Will Ferrell.

Il punto diventa quindi sempre quello, lo stesso che ha consumato la creatività e l’onestà intellettuale delle band più imponenti nel mondo quando è arrivato il momento di fare i conti con il presente: cosa fare per restare rilevanti e non limitarsi a macinare sold out di rendita? Mentre I’m With You era stata una risposta totalmente errata, The Gateway si pone più verosimilmente come un piacevole nice try. Resta tuttavia difficile pensare che ci si possa aspettare di più nel controverso presente dei Red Hot Chili Peppers.

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