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ryan adams prisoner recensione

Ecco perché Prisoner di Ryan Adams non è disco per i duri di cuore

Si sa: in campo sentimentale una separazione con conseguente divorzio lascia sempre un pesante solco dietro di sè ed è un evento che inevitabilmente contamina molti aspetti della vita di una persona. Questo è accaduto anche a Ryan Adams, talentuoso (anche se a dire il vero sempre un po’ sottovalutato) cantautore americano che nel 2015 si è separato da sua moglie, la cantautrice Mandy Moore, e questa vicenda profondamente personale si è ampiamente rispecchiata nel suo ultimo lavoro discografico, Prisoner.

Si tratta del primo album di inediti dopo Ryan Adams del 2014 e 1989, disco di cover dell’omonimo lavoro di Taylor Swift, e anche questa volta Ryan ci apre il suo cuore a 360 gradi forse però in una maniera più incisiva che mai.

Non è semplice raccontare in musica di una rottura amorosa senza scadere nello stucchevole, bisogna avere tutte le carte in regola per farlo e Ryan Adams le ha tutte senza ombra di dubbio: il sound di Prisoner, che è già il sedicesimo disco per un artista di soli 42 anni, è molto tangibile e reale, effetto supportato sicuramente dalla registrazione in presa diretta. Do You Still Love Me? chiede Adams fin dal primo brano non solo all’oggetto della sua relazione andata in frantumi ma anche a noi che lo stiamo ascoltando, proiettandoci dentro una linea emozionante, empatica e avvolgente che arriva dritta al cuore brano dopo brano.

La musica è sempre un’ottima terapia per riuscire a superare i momenti difficili, anche quando – come ha raccontato il cantautore di Jacksonville in un’intervista – si rimane imprigionati nei propri desideri. Le sonorità sono più indie rispetto ai lavori precedenti, con un’aria decisamente più springsteeniana, quella dello Springsteen anni Ottanta per intenderci, e cercano di raccontare la storia di un uomo che sta riprendendo in mano la sua esistenza, raccogliendo i cocci del suo cuore spezzato, facendo a cazzotti con i fantasmi del passato e i ricordi ingombranti.

Prisoner non è sicuramente un disco autobiografico più del solito visto che Ryan Adams ci ha sempre raccontato di sè in ogni album della sua carriera, come anche ci tiene lui stesso a precisare, ma la sua potenza comunicativa lo rende in assoluto uno dei suoi migliori lavori.

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