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Salmo Midnite Recensione

Salmo Midnite RecensioneSalmo
Midnite
(Tanta Roba Label)

Nel frammentato panorama dell’hip hop italiano Salmo si distingue già alla prima occhiata. Vuoi per le basi, in larga parte autoprodotte, che si rifanno a sonorità dubstep e drum’n’bass. Vuoi per il timbro della voce basso e graffiante che lo rende riconoscibile già dalle prime rime. Ma soprattutto per come è stato capace di crearsi un proprio stile, coerente e originale che è diventato un marchio di fabbrica. Non tanto per gli argomenti trattati, che alla lunga finiscono per ripetersi, quanto per il modo cinico e spregiudicato in cui li affronta. Salmo riesce a imporre la sua visione anche nei soliti discorsi gangsta’n’roll che l’Italia ha mutuato dal rap statunitense, e da cui fatica a distaccarsi. Il tutto accompagnato da un immaginario di riferimento denso di metafore horror, citazioni sci-fi e riferimenti pulp che fanno di Salmo il rapper preferito dai metallari.

Giunti ormai al terzo disco, il secondo per Tanta Roba Label, il meccanismo è ben oliato. Midnite dura quasi il doppio del precedente Death USB, e dipinge un quadro molto più veritiero del rapper sardo. Le tracce incendiare non mancano, Russel Crow, Rob Zombie, Killer Game sono la perfetta sintesi di quello che è il suo stile. Rispetto agli esordi Salmo si concede qualche ritornello in più, ma soprattutto qualche momento più pacato e riflessivo (S.A.L.M.O., Faraway). Si può anche chiudere un occhio quando i testi diventano più demagogici e retorici come in Space Invaders e Ordinaria Follia, ricordando che il pubblico di riferimento rimane comunque molto giovane.

Il problema è che Midnite, una volta finito, lascia poco all’ascoltatore. Nonostante l’estrema umanità mostrata, quasi ostentata, nei testi, sembra che il tutto si riduca a determinati clichè. Che magari non sono quelli standard dell’hip hop, ma sempre clichè sono. E allora l’antieroe che Maurizio Pisciottu ha creato per dare sfogo ai suoi lati peggiori si rivela sterile e, tutto sommato, un po’ forzato, cannibalizzando quella che potrebbe essere la crescita artistica. Dismessa la maschera da teschio, che caratterizza l’immagine di Salmo fin dall’esordio, ci si accorge che dietro non resta molto.

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