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Sound City Players Sound City: Real To Reel Recensione

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Sound City: Real To Reel
(RCA Records)

Dave Grohl non riesce a stare fermo. Oltre alla sfolgorante ascesa dei Foo Fighters, l’ex drummer dei Nirvana ha trovato il tempo nel nuovo millennio di collaborare con un numero impressionante di band (Queens Of The Stone Age e Tenacious D, tanto per citarne un paio) e mettere in piedi progetti paralleli con imbarazzante rapidità. Che si tratti del clamoroso trio Them Crooked Vultures (2009) o del metallarissimo Probot (2004), Grohl difficilmente manca il bersaglio. Poteva quindi Dave con il suo film-documentario Sound City relativo agli storici studi di Los Angeles in uscita, esimersi dal pubblicare una colonna sonora di livello? Chiaramente no.

Le avvisaglie sulla qualità di Real To Reel si erano già avute in occasione del concertone di New York del 12 dicembre 2012: Paul McCartney insieme a 3/4 di Nirvana a gridare sulle fasi conclusive di Cut Me Some Slack (nono brano in tracklist) aveva lasciato basita l’intera audience presente e in estasi chi, come il sottoscritto, dall’Italia era ancora sveglio alle sette di mattina solo per assistere a questa perfomance. Evitando tuttavia di farsi per forza trascinare dall’entusiasmo, serve sottolineare che qualche passaggio a vuoto la OST in questione lo ha: i due brani con Josh Homme (Centipede e A Trick With No Sleeves) potevano essere molto meglio e il lentone If I Were Me non coglie nel segno.

Detto questo siamo di fronte a una celebrazione del rock classico americano degli anni settanta a regola d’arte, che si regge su equilibri pesati e sostanzialmente perfetti: tra psichedelie (cfr. Time Slowing Down), rumorismi garage/punk, classicità in stile Foo (The Man That Never Was, con un grande Springfield) e una elevata dose melodica, l’amore e la passione di Grohl per le proprie radici musicali emerge con assoluta convinzione e orgoglio. Tra gli highlights citiamo Stevie Nicks che lascia tremendamente il marchio in You Can’t Fix This; che la graffiante armonica di Lee Ving rende unica la veloce e stralunata Your Wife Is Calling; che Corey Taylor dimostra per l’ennesima volta di essere uno dei cantanti più versatili del nuovo secolo in From Can To Can’t e, infine, che difficilmente poteva esserci chiusura migliore dell’ipnotica Mantra (in cui mette lo zampino anche Trent Reznor). Una colonna sonora dallo spessore autentico, all’altezza dei nomi coinvolti e del film cui è associata.

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