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Stereophonics Graffiti On The Train Recensione

stereophonics graffiti on the train recensioneStereophonics
Graffiti On The Train
(Stylus Records)

Diciamolo subito, non è un grande disco. E dopo quattro anni era lecito attendersi qualcosa di più dagli Stereophonics. Ma questo Graffiti On The Train segna se non altro il tentativo di percorrere qualcosa di nuovo e sinora inesplorato dalla band gallese. Dopo quasi vent’anni di carriera, il cantante Kelly Jones, accompagnato dal bassista Richard Jones, snocciola dieci tracce che dovrebbero essere ciascuna parte di un’unica sceneggiatura.
Quasi un concept album che si dimostra però troppo eterogeneo, nelle musiche soprattutto, con poche canzoni degne di nota, anche se molte funzioneranno nel tour che segnerà il ritorno al live del gruppo, lontano dai palchi da quasi due anni. È il caso delle tre tracce di apertura, tra le quali spiccano la title-track, classica ballata brit pop, e il singolo Indian Summer, in odore di Bon Jovi. Perché una cosa è chiara sin dal primo ascolto: il disco è un omaggio alla storia del rock e ogni canzone è debitrice di un’epoca.
Alcuni pezzi sono abbastanza riusciti, altri meno. Come Been Caught Cheating, un soul che arriva dagli anni Sessanta del sud degli Stati Uniti. Piacevole, ma solo fino a un certo punto, perché la voce di Kelly Jones non è quella di Sam Cooke. Take Me è invece la traccia migliore di un album a più facce, alle quali la stessa copertina allude. Un disco non memorabile, ma comunque godibile, che segna il passaggio a un nuovo periodo per gli Stereophonics. Tentativo coraggioso, che manca però di una scrittura solida nei testi e di almeno un singolo trascinante.

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