Sting ha ancora molto da dire e il nuovo 57th&9th lo dimostra

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La storia del rock è costellata di casi di retromania, ossia l’ossessione per il guardarsi indietro e celebrare, a prescindere, i successi del passato. Potrebbe sembrare uno di questi quello di Sting e dell’ultimo album 57th&9th. Ad oggi la sua storia è praticamente perfetta: un’ascesa a livello planetario con i Police, una brillante carriera solista, l’attuale consapevolezza di poter decidere senza affanni come trascorrere piacevolmente la vita, a sessantacinque anni. Ma a Sting è sempre piaciuto comunicare e mettersi in gioco: lo ha fatto con decine di esplorazioni musicali, percorrendo terreni mai battuti prima, spesso impervi ed introspettivi – come nel recente The Last Ship.

E ha deciso di farlo ancora con il nuovo lavoro, questa volta tornando al rock più crudo e sostenuto degli inizi, con liriche dirette e persuasive che trattano temi sociali ed ambientali e mettono in mostra la voglia di essere protagonista (e non presenzialista), in modo semplice e sincero. Il disco – il cui titolo prende spunto dall’incrocio tra le due strade di New York che Sting percorre tutti i giorni per andare nel suo studio a Manhattan – è zeppo di chitarre, ritmiche incalzanti e ispirate melodie istintive. I suoi compagni di viaggio sono il fido Vinnie Colaiuta alla batteria e i due chitarristi Dominic Miller e Lyle Workman, che accompagnano l’ex Police in tutte le sue gesta da qualche anno a questa parte.

Fin dal primo singolo I Can’t Stop Thinking About You gli intenti sono ben chiari: i riferimenti alle sonorità delle origini sono esplicite, ma tutto è piu minimale, dritto, coinvolgente. 50.000 – dedicata alla scomparsa di celebrità come Lemmy Kilmister, David Bowie e, soprattutto Prince – ha un riff maturo e grezzo, un carattere che ritroviamo in Down Down Down e Petrol Head. Non mancano, con stili musicali differenti, manifeste riflessioni su argomenti di attualità: If You Can’t Love Me, uno dei pezzi maggiormente ricercati e “scomposti”, canta della perdita di un amore; la ballata Inshallah è una struggente preghiera rivolta ai migranti; One Fine Day riflette sul destino climatico del mondo; la conclusiva The Empty Chair è dedicata al giornalista James Foley, ucciso in Siria un paio di anni fa. Se volete togliervi ogni dubbio sulla veridicità e la sincerità dell’artista inglese, cercate in Rete la versione proprio di questo brano eseguita recentemente come ultimo pezzo del concerto di riapertura del Bataclan di Parigi.

Sting guarda avanti, è vivo, autentico e ha molte cose da dire. Ha voglia di far riflettere ognuno di noi senza mezzi termini e lo fa magistralmente, con la sua musica, il rock, quella che da sempre più lo appassiona. E celebrarlo non risponde a mera esaltazione di un artista che ha fatto la storia della musica, ma alla necessità di rendere omaggio a uno che continua a scriverla, quella storia.

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