L’ultimo elisir di lunga vita di Sting, un musical intimista racconta la sua infanzia

Sting The Last Ship Recensione

Sting
The Last Ship
(Universal)

A volte ci si chiede come star del calibro di Sting, siano in grado di durare professionalmente così a lungo. Una delle ricette più comuni è quella di reinventarsi sempre, spiazzare il pubblico, dedicarsi all’esplorazione di mondi inesplorati e tuffarsi in progetti ambiziosi che stimolino creatività ed ingegno. A circa dieci anni dal precedente album di inediti, dopo aver riassaporato negli anni l’amato rock, la musica rinascimentale e quella medioevale, Sting torna alle origini raccontando introspettivamente la sua infanzia nei sobborghi intorno a Newcastle ed il rapporto con il padre, fra cantieri navali in triste decadimento e lo smanioso desiderio di fuga.

Il racconto è un viaggio intimista, rurale, edulcorato, che tocca vertigini musicali soffuse, fra chitarre acustiche pizzicate, archi e pianoforti malinconici. L’album è la base di partenza per un musical in programmazione a Broadway nel corso del prossimo anno  ispirato musicalmente al folk più sussurrato, alla musica da teatro, alla narrazione, all’ambientazione orchestrale. L’approccio ovviamente potrebbe essere arduo agli ascoltatori distratti o smaniosi del pop rock di facile ascolto, ma una volta chiaro il progetto del fuoriclasse inglese, risulta più semplice ascoltare con attenzione nobili atmosfere (August Wind), un cantato romanzato (Ballad Of The Great Eastern) o l’esecuzione perfetta di forme di canzoni mutuate dai classici del traditional irlandese (What Have You Got).

Introdotto dal singolo And Yet, di gran lunga la più commerciale delle composizioni di questo impervio nuovo lavoro, l’album è l’ennesimo nuovo ed entusiasmante elisir di lunga vita per l’ex-Police; un’avventura spigolosa, fragile ed altera, ma allo stesso tempo piena di sincere intenzioni dal gusto sopraffino, da maneggiare con cura e stimabile rispetto.

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