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The Strokes Comedown Machine recensione

Strokes Comedown Machine recensioneThe Strokes
Comedown Machine
(RCA Records)

Dove vogliono andare a parare gli Strokes? Il loro percorso, iniziato con il rock’n’roll sfacciato e arrabbiato di Is This It, sta evolvendo album dopo album in qualcosa di più personale, ma anche più sfuggente. Comedown Machine prosegue nel solco obliquo che avevano iniziato a tracciare con First Impression Of Earth, ma riserva molte novità. Il “suono Strokes”, quel misto di chitarre e indolenza, ha lasciato il posto a composizioni spregiudicate, deliziosamente retrò, a tratti sognanti, dove sintetizzatori e tastiere la fanno da padroni.

Il primo ascolto può lasciare un po’ spiazzati. Chiudendo gli occhi si può sentire l’eco di una certa fascinazione per gli anni 80 dei Cocteau Twins e per quel suono dream pop, arricchito però dall’attitudine rock che da sempre caratterizza il quintetto newyorkese. 80’s Comedown Machine lo dichiara già dal titolo. E se anche non lo facesse, basterebbe quel rullante riverberato a rivendicarne la paternità Eighties. Slow Animals e Happy Ending, i pezzi più convincenti, trovano il perfetto equilibrio tra strofe incalzanti e ritornelli lasciati andare che ti portano dove vogliono loro. 50 50 e All The Time sono i brani che ricordano di più i primi Strokes, ma è come se fossero filtrati da una luce particolare che ne confonde i contorni e ne scompone i tratti. I synth saltellanti di One Way Trigger (che sembrano rubati da Enola Gay degli OMD) si intrecciano alla perfezione con la voce di Julian Casablancas, mai così versatile, che si assottiglia tanto da essere a stento riconoscibile. La stessa cosa succede in Chances mentre in Welcome To Japan, si fa suadente e profonda.

L’impressione generale è che neppure gli stessi Strokes sappiano esattamente che direzione stiano intraprendendo, ma che con coraggio e un pizzico di incoscienza vadano definendo sempre di più le coordinate di un loro personalissimo stile. L’album, pur senza nessun pezzo particolarmente forte e con qualche colpo a vuoto, lascia il segno e chiarisce una volta per tutte che no, non sono e non saranno più quelli di This Is It.

 

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