Notizie

SuperHeavy – SuperHeavy

SuperHeavy
SuperHeavy
Universal

E’ improbabile che cinque campioni della musica mondiale possano incidere un disco brutto. E infatti SuperHeavy si ascolta che è un piacere. Ma non raggiunge la mission artistica che i due leader del progetto (Dave Stewart e Mick Jagger) si erano prefissati.

I supergruppi difficilmente lasciano traccia. Se escludiamo un paio di riusciti esperimenti – i Cream di Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker e il trio Crosby, Stills & Nash, cui per un breve periodo si aggiunse pure Neil Young – non abbiamo granchè da ricordare. Il problema sta nella fragilità dei progetti, più che nell’effettiva qualità musicale espressa. Le superband sono quasi sempre delle scappatelle, avventure veloci senza scopo altro che un temporaneo godimento. Storie belle senz’anima. E difficilmente l’arte, anche quella declassata a intrattenimento, eccelle quando si taglia fuori l’anima.
Una band formata da Mick Jagger, Dave Stewart, Joss Stone, Damian Marley e Allah Rakha Rahman (compositore indiano, premio Oscar per le musiche di The Millionaire) più che un supergruppo è un ipergruppo. Il cuore dei Rolling Stones, la mente degli Eurythmics, una delle migliori femmine soul d’Inghilterra, il figlio più giovane di Sua Maestà Bob Marley e un genio musicale d’Oriente. Non sapremo mai cosa diavolo abbia detto Stewart a Jagger per convincerlo a immaginare una creatura musicale concepita dall’intreccio di culture musicali lontane. E’ certo che a ispirare Dave siano stati i suoni che ha ascoltato in questi anni a St. Ann’s Bay, Giamaica, dove possiede una casa e pare passi gran parte del suo tempo. Reggae, naturalmente, ma non solo. L’isola caraibica è oggi come ieri uno dei più grandi laboratori musicali del pianeta, fermo restando il ritmo in levare. In ogni caso, se uno come Mick Jagger ha raccolto la sfida, gli argomenti del chitarrista inglese devono essere stati convincenti.
Raffinate venature soul e slang anglo-giamaicani (Miracle Worker e Beautiful People), basici riff di classic rock e canto tradizionale d’Oriente (Warring People), sintetizzatori distorti e reggae (la titletrack). Tutto estremamente affascinante. Pare che i SuperHeavy abbiano registrato quasi trenta brani in soli dieci giorni di lavoro in studio – di cui sedici finiti nel disco in versione deluxe edition – e il risultato della prolifica collaborazione è talmente buono che viene voglia di crederci. Resta però il sospetto che l’eccezionale qualità dei singoli abbia coperto le lacune di un progetto che non è completo come ci hanno istigato a credere. La creatura è stata battezzata in nome del Pop. Che non è il male assoluto, ma neanche la nuova frontiera della musica globale in cui s’incontrano luoghi musicali lontani tra loro.
In termini di godibilità, l’esperimento voluto da Jagger e Stewart (gli altri sono stati arruolati in seguito, immagino con una certa soddisfazione) è riuscito. In termini puramente artistici un po’ meno. SuperHeavy è un gran bel disco, suona fresco e si canticchia al terzo ascolto, ma la scintilla che Dave e Mick cercavano è rimasta nelle intenzioni. Saranno loro i primi ad accorgersene – se non l’hanno già fatto – e a fare di questa iperband uno splendido giochino di cui dimenticarsi in fretta. Ma non prima di esserselo goduto fino in fondo.

Commenti

Commenti

Condivisioni