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tame impala currents recensione

Finalmente i Tame Impala sono diventati farfalle (in acido)

Currents, il nuovo album degli australiani Tame Impala è un capolavoro. A metà tra John Lennon, Flaming Lips e Daft Punk, porta la psichedelia su nuovi orizzonti. La nostra recensione.

«Ho realizzato che non ho mai visto la gente ballare con la nostra musica». Il tarlo nell’eclettica mente di Kevin Parker ha agito per tre lunghi anni. Quelli trascorsi da Lonerism, il disco della consacrazione per i Tame Impala, a Currents, terzo album della band australiana. Il nuovo lavoro degli alfieri del Rinascimento psichedelico ha l’obiettivo dichiarato di essere «più dance-friendly». Parker, il cantante, chitarrista, compositore e produttore, ha spiegato che «ascoltare le nostre canzoni era un’esperienza solitaria e volevo muovermi da questo». La direzione indicata dal leader è quella ispirata dalla «Goa trance e dai rave indiani sulle spiagge». Prendano nota gli organizzatori di feste estive, perché Currents è zeppo di hit da ballare davanti a un falò sotto le stelle o nelle discoteche a cielo aperto, all’alba, per chiudere con classe una serata.

Sembra un abusato cliché, ma il terzo disco del capellone di Perth è quello del cambiamento. Se l’esordio Innerspeaker (2010) era introspezione, Lonerism (2012) è stato il trovarsi, finalmente. Currents è il bisogno di accendere i riflettori e mostrarsi al mondo. La one-man-band più influente dell’emisfero australe da bruco è diventata crisalide e si è trasformata in una coloratissima farfalla in acido. Le registrazioni casalinghe si sono perfezionate, le contaminazioni ampliate. C’è una maniacale cura del dettaglio alla Kendrick Lamar (anche lui dell’etichetta Interscope), il fedele richiamo del sound Sixties estrapolato da Cream e Jefferson Airplane, l’ammiccamento al synth come fossimo nella colonna sonora di un film di Nicolas Winding Refn.

Currents è il disco che John Lennon farebbe se fosse vivo nel 2015, con il supporto di una band come i Flaming Lips e con la produzione dei Daft Punk. La prima traccia, Let it Happen, singolone da quasi 8 minuti, culla la transizione dai familiari Tame Impala di sempre a un universo di robot francesi con la maschera da astronauti. L’andamento da parco giochi festoso e sintetico è chiaro anche in The Moment, prima della meravigliosa Yes, I’m changing, tuffo nelle ballate da lento e luce spenta delle festicciole adolescenziali anni ‘80. Eventually, già rilasciata come singolo, concepita mentre gironzolava in scooter, è quella che si potrebbe chiamare una “break-up song”, la canzone perfetta per un rapporto che va a rotoli con la speranza che prima o poi la distanza migliori le cose.

The Less I Know the Better è il vero segnale di un cambio di passo verso nuovi orizzonti. Il “goffo” (parole di Parker) ma riuscito esperimento di fare una canzone funk, con il caldo groove di un Michael Jackson o uno Stevie Wonder, fatta da un bianco del nuovo millennio. Folle e visionario. Il salto nel tempo seguente è Past Life, favoloso rimpallo di voci fluttuanti senza epoca, flusso delle turbolenze e ninna nanna straziante. In ‘Cause I’m Man la mutazione verso la disco music è completa. Testo diretto (una rarità per i Tame Impala), dedicato alla debolezza insolente dell’uomo. Ed è qui che la voce di Parker viene esposta, messa a nudo, spogliata da strati di orpelli fuzzy. Non scade mai questo album. In Reality in Motion e Love Paranoia si respira ancora, riconoscibile, la mano del revival intrapreso dai Daft Punk in Discovery. Nella conclusiva New Person, Same Old Mistakes il debito con il già citato rave indiano è saldato alla perfezione. Qualche anno fa Kevin Parker, scherzando (o forse no) disse che gli sarebbe piaciuto che i Tame Impala «suonassero un po’ Britney Spears». Un’iperbole per spiegare che la psichedelia può essere anche pop. Ma questo album va molto oltre. La farfalla dai colori accecanti sta già volando più in alto di qualsiasi etichetta immaginabile.

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