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The Smashing Pumpkins Oceania

Pur senza gridare al miracolo, Oceania degli Smashing Pumpkins, nuovamente una band e non Billy Corgan con dei figuranti a caso, merita rispetto e un ascolto attento.

The Smashing Pumpkins Oceania recensioneThe Smashing Pumpkins
Oceania
EMI

Alzi una mano chi pensava che un disco degli Smashing Pumpkins potesse ancora riservare sorprese e belle canzoni, dopo un lungo e travagliato periodo in cui la stella di Billy Corgan pareva essere definitivamente tramontata. Ora, pur senza gridare al miracolo e senza scomodare paragoni troppo ingombranti – Oceania non è Mellon Collie, Gish o Siamese Dream -, possiamo tranquillamente affermare che la nuova fatica dei Pumpkins, nuovamente una band e non Corgan con dei figuranti a caso, merita rispetto e un ascolto attento. Nato come “un album dentro a un album”, Oceania fa parte di quel folle progetto chiamato Teargarden By Kaleidyscope, un concept composto da 44 pezzi che sarebbe dovuto uscire gratuitamente e solo sul web, ma che pare ridimensionato dal suo stesso autore. Il quale ha giustamente deciso di selezionare tredici pezzi e pubblicarli autonomamente, finendo per azzeccare il suo disco migliore dai tempi di Adore, ultima prova degna del suo talento.

Diciamoci la verità: dopo anni di dichiarazione pompose, dischi brutti o bruttissimi, progetti fallimentari come gli Zwan e il ritorno al vecchio monicker (The Smashing Pumpkins) come a una coperta di Linus, nessuno sapeva veramente cosa passasse per la testa di un genio pazzerello ed egocentrico come Corgan. Invece, la scelta di puntare su tre giovani musicisti – Nicole Fiorentino al basso, Jeff Schroder alla chitarra e Mike Byrne alla batteria – ha pagato per davvero, finendo per influenzare lo stesso Billy, spronato a comporre il miglior materiale possibile, utilizzando vecchi stilemi di successo ma con un orecchio ben sintonizzato sul presente per evitare di apparire solo come un vecchio nostalgico. Missione compiuta, quindi, perché Oceania sta in piedi con le proprie gambe e senza troppi paragoni, segno che la qualità c’è, la miglior arma possibile per la band.

Le cose appaiono chiare fin dall’inizio, con la doppietta Quasar e Panopticon: la prima è una bella bordata tipicamente alla Pumpkins e che potrebbe provenire dai migliori lavori di Corgan, con ottimi e continui assoli di chitarra e le classiche cavalcate di batteria che ci ricordano Cherub Rock. Sulla falsariga anche Panopticon, che beneficia anche di un inciso e di un ritornello di grande impatto, tra i migliori dell’intero lavoro. L’impressione è che potrebbe realmente essere il singolo di successo che a Corgan manca da tempo, così come la bella e intensa ballad Pale Horse, dimostrazione di come le qualità del chitarrista siano ancora intatte o quasi.

La stessa Fiorentino, ennesima bassista alla corte dei Pumpkins, ha ricordato come Oceania sia un lavoro che celebra un passato importante e glorioso, ma senza indulgenza e con la voglia di apparire al passo coi tempi. Un risultato facile sulla carta ma che spesso, come abbiamo potuto verificare con molti altri “reduci” di epoche gloriose, si rivela impresa improba. Con somma meraviglia, invece, i pezzi scorrono lisci come l’olio, riservando anche sussulti di piacere e regalando sorrisi come nel caso delle belle The Chimera, Glissandra e One Diamond, One Heart, dominata da sintetizzatori e da armonie pop.

C’è meno irruenza metal e hard rock rispetto agli anni Novanta, possibile sintomo di un Corgan finalmente in pace con se stesso e con i fantasmi di un passato ingombrante. Al di là del successo di classifica, Oceania è il gradito ritorno di un musicista importante e tormentato.

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