Vasco L’altra metà del cielo

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Vasco L'altra metà del cielo recensioneVasco Rossi
L’altra metà del cielo
EMI

Dunque anche Vasco non ha resistito alla tentazione. Seguendo l’esempio di suoi illustri colleghi – penso al Peter Gabriel di Scratch My Back – ha arrangiato in chiave sinfonica canzoni che sono nate sotto il segno del rock. Il progetto è insieme capriccio e legittima ambizione artistica: c’è di mezzo l’ego, in cerca di gratificazione come una belva in caccia di prede, e pure l’arte, sottoforma di curiosità (“vediamo l’effetto che fa?”). Tutto ruota intorno all’opera di danza che La Scala ha ospitato ad aprile. Separando le due esperienze, il risultato musicale è piacevole.
Con l’aiuto di Celso Valli – uno dei migliori arrangiatori in circolazione, già collaboratore di Vasco per Nessun pericolo… per te e Canzoni per me - la più grande rockstar italiana ha preso alcune delle sue più famose canzoni incentrate sulle figure femminili e le ha spogliate di chitarre, basso e batteria, rivestendole di archi, fiati, pianoforte. E le ha ricantate. Se escludiamo un paio di brani davvero a disagio in questi panni (Susanna e Laura), L’altra metà del cielo dimostra il potenziale sinfonico della musica di Vasco: canzoni come Sally, Gabry (la migliore per il sottoscritto), Jenny è pazza e persino Brava Giulia, funzionano benissimo anche così.
Credo sia una questione di radici, l’opera è la nostra tradizione musicale quanto il folk per gli anglosassoni o il blues per gli afroamericani. Detto questo, mi chiedo quanto il  giudizio sia influenzato dalla familiarità che ho con questi brani. A occhio e croce, parecchio.