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Yeah Yeah Yeahs Mosquito recensione

Yeah Yeah Yeahs Mosquito recensioneYeah Yeah Yeahs
Mosquito
(Interscope/Universal)

Strana parabola artistica quella dei newyorchesi Yeah Yeah Yeahs, salutati fin dagli sgangherati inizi – una manciata di spettacolari EP – come la next big thing proveniente dalla Big Apple, ma mai esplosi per davvero nella maniera che ci si aspettava, sebbene i tre continuino ad essere tra i nomi preferiti dei critici americani. Non sono certo mancati gli episodi interessanti nella loro discografia: il primo album, Fever To Tell, è un ottimo esempio del loro talento selvaggio, del carisma della cantante Karen O e dell’abilità chitarristica e compositiva di Nick Zimmer, ma poco alla volta il terzetto si è un po’ incartato su stesso, sebbene l’ultima prova in studio del 2009, It’s Blitz!, abbia messo in mostra una grande volontà di cambiamento e una serie di brani ben calibrati.

Spiace quindi constatare come, invece, Mosquito – il premio per la copertina più orrenda del 2013 non potrà mancare ai ragazzi – mostri una certa fiacchezza di fondo e una band in fase di stallo, come se l’indecisione avesse minato le sedute di registrazione presiedute da Dave Sitek e Nick Launay, due vecchi volponi della produzione rock. Ci sono buoni spunti, come sempre nei loro lavori, per fortuna, ma è il tono generale dell’album a risultare poco avvincente, quasi gli Yeah Yeah Yeahs avessero deciso di smorzare la loro energia dirompente a favore di pezzi più meditati e avvolgenti, che non sempre funzionano. Le due tracce conclusive, Despair e Wedding Song, sono la prova che il gruppo ha ancora idee interessanti e il talento per trasformarle in canzoni avvincenti, così come Subway, lenta e suadente, funziona piuttosto bene all’interno di Mosquito.

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