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10 buoni motivi per amare i Pearl Jam

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I Pearl Jam arrivano in Italia per la prima volta da headliner negli stadi. È una nuova consacrazione, per lo meno nel nostro Paese, per l’unico gruppo sopravvissuto alla rivoluzione grunge. In attesa dei concerti di Milano e Trieste, ci siamo chiesti cosa renda la band di Seattle diversa e migliore dei gruppi con i quali hanno cominciato e, soprattutto, perché il pubblico li ami così tanto. Foto di Danny Clinch. (Tratto da Onstage Magazine, numero di giugno)

Pearl Jam e San Siro. Un’accoppiata che tantissimi italiani hanno sognato per anni e che finalmente diventa realtà. In un’estate ricca di eventi musicali live, l’appuntamento del 20 giugno (con replica il 22 al Nereo Rocco di Trieste) può essere considerato il momento clou in ambito rock. Se non altro perché il gruppo di Seattle si esibisce per la prima volta da headliner negli stadi italiani. Eddie Vedder, Jeff Ament, Mike McCready, Stone Gossard e Matt Cameron arrivano sulla scia dell’ultimo album, Lightning Bolt, ma le canzoni di questo lavoro non saranno che una piccola parte di uno show che si annuncia una vera e propria maratona, come è loro abitudine. Sono stati definiti la “migliore band del mondo”, e sono tra i pochi per i quali l’etichetta non suona usata a sproposito. Usciti dalla rivoluzione grunge sono diventati mostri sacri del rock a tutto tondo, tanto da essere considerata la “più giovane band di classic rock”. Abbiamo provato a capire perché.

NON SOLO GRUNGE
A cavallo tra anni ’80 e ’90 sono quattro i gruppi di Seattle che forgiano il movimento grunge: Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam. Di questi gli unici a reggere senza scioglimenti, morti o pause prolungate, sono proprio i PJ. Per una loro attitudine più solida e quadrata, ma anche perché meno legati alla parabola di un preciso genere musicale. Tutti i componenti del gruppo vengono da estrazioni diverse e guardano più al rock anni ’70 che al punk. Tra i loro modelli ci sono gli Who e Neil Young e nelle loro canzoni gli assoli di chitarra (affidati a McCready), eresia nel grunge, sono tutt’altro che banditi.

FEDELI ALLA LINEA
I Pearl Jam sono il simbolo dei valori della Seattle “alternativa”. Fedeli alle proprie idee e alla propria etica al punto da diventare i principali boicottatori del proprio successo. Per anni niente interviste, niente singoli. E un brano manifesto come Not For You dove mandano affanculo quelli che vogliono solo trarre profitto dal rock. «Hanno fatto di tutto per rimanere uniti» ha detto Chris Cornell, cantante dei Soundgarden. «Se qualcosa li mette a disagio, cambiano strada: i video avevano successo? Smettevano di farli». Solo per i fan fanno passi indietro. Come a metà anni 90, quando si ribellano a Ticketmaster per il ricarico d’agenzia sui biglietti che grava sul pubblico ed escono dal circuito ufficiale dei concerti: la battaglia viene chiusa quando capiscono che alla fine sono proprio i fan a subirne le conseguenze.

NON SIAMO SOLI AL MONDO
A differenza di molte rockstar, i PJ non si sono mai chiusi nel loro microcosmo. Senza contare i numerosi side project, sono moltissime le collaborazioni con altri artisti, sia dal vivo sia in studio. A partire da quella con Neil Young, che del grunge è il padrino. Poi i R.E.M., Ramones, Neil Finn e molti altri. Allo stesso modo, nonostante un repertorio vastissimo che permetterebbe loro di vivere di rendita, infarciscono i concerti di cover: da Springsteen ai Beatles, dai Rolling Stones agli Who, passando per gruppi apparentemente lontani dal loro universo come Devo o Pink Floyd. E i colleghi ricambiano con una stima quasi unanime.

CUORE ED ENERGIA
Dal vivo non servono effetti speciali o scenografie da fantascienza: lo spettacolo lo fanno loro. Nei primi anni con le acrobazie sul palco di Vedder, poi solo con la musica e l’energia. Nel 1993 fanno da spalla allo Zooropa Tour degli U2, negli stadi. Eddie Vedder non ama quella location, segue i concerti di Bono e soci chiudendosi gli occhi perché non vuole «vedere lo schermo più grande del mondo». Un paio di anni dopo, sentendo che gli U2 stanno preparando un album più scarno, manda a The Edge uno schema della loro disposizione in scena, aggiungendo: «Potrebbe esservi utile». Nel 1997 aprono alcune date dei Rolling Stones: «Vedendoli da vicino abbiamo capito come avrebbe potuto svilupparsi la nostra carriera» ha detto Ament. «E allo stesso tempo cosa non volevamo: per esempio avere cinque musicisti in più sul palco».

PIONIERI DELLA RETE
I Pearl Jam non hanno mai osteggiato la registrazione amatoriale dei loro concerti da parte dei fan. Quando, alle soglie del 2000, Internet prende piede, sono tra i primi a comprenderne le potenzialità. Tramite il loro sito ufficiale iniziano a vendere le registrazioni di tutte le date del tour (alcune di queste arrivano anche nei negozi). Un’operazione che alimenta la fedeltà dei fan che possono così seguire l’intero tour, tanto più che ogni concerto è diverso dall’altro. Nel 2003, nell’arco di tre serate vicino a Boston suonano oltre cento pezzi, esperienza ripetuta a Philadelphia sei anni più tardi. «Ci siamo ammazzati di lavoro – ha commentato Ament – ma è stato molto divertente».

IL ROCK E’ IMPEGNO
Sin dall’inizio, i Pearl Jam si distinguono per il loro essere in prima fila in battaglie sociali quanto politiche. Che si tratti della libertà di scelta della donna in tema di aborto, di una battaglia ecologista o dell’aiuto a bambini disagiati, non si tirano mai indietro. Sul fronte politico l’iniziale appoggio all’ambientalista Nader si sposta sui candidati democratici soprattutto in funzione anti Bush, impegnandosi tra le altre cose nel tour “Vote For Change”. Le loro non sono mai scelte di comodo: nel 2003 parte del pubblico contesta la canzone Bu$hleaguer, considerata antiamericanista. Ament commenta: «Grandioso. Siamo stati fischiati per aver sostenuto le idee in cui credevamo. Ero pronto ad andare là fuori e aprire ogni concerto con quella cazzo di canzone».

GIOCO DI SQUADRA
Appassionati di basket, baseball e surf, per loro lo sport non è solo un passatempo, al punto da entrare con forza nell’ambito artistico: i testi sono spesso ricchi di metafore sportive o addirittura dedicati a quel mondo, come Oceans, sul surf, o All The Way, inno per i Chicago Cubs. Eddie usa la tavola da surf come luogo di isolamento e ispirazione: dopo aver ricevuto il primo demo dalla band, nel 1990, i primi pezzi nascono nella sua testa mentre cavalca le onde (e sono Alive, Once e Footsteps). Il nome di un cestista, Mooky Blaylock, ispira il nome iniziale del gruppo, mentre il suo numero di maglia, Ten, dà il titolo al primo album. Nel 2013 tutte le canzoni di Lightning Bolt, più altre 36 pescate dal catalogo, sono la colonna sonora ufficiale delle World Series di baseball.

MUSICA PER IMMAGINI
Anche il mondo del cinema ama, ricambiato, i Pearl Jam. Prima ancora di pubblicare il primo album partecipano a Singles, nel quale interpretano una band di spiantati di Seattle, i Citizen Dick, il cui leader è Matt Dillon. Ma scrivono brani anche per Judgment Night, Ritorno dal nulla e Big Fish. Eddie Vedder è molto amico di Tim Robbins e Sean Penn: per il primo realizza alcuni pezzi per Dead Man Walking, per il secondo l’intera colonna sonora di Into The Wild, che può essere considerato il suo primo lavoro solista.

PROMESSA DI FEDELTA’
Il Ten Club, fan club ufficiale, è sempre stato trattato con grande attenzione: da 22 anni, a Natale, ogni iscritto riceve un singolo realizzato per l’occasione. Ma non è solo questo: «Hanno fatto una promessa di integrità e fiducia: se credi in noi non ti volteremo le spalle per ricoprirti di merda», spiega Chris Cornell. Un impegno premiato tanto dai fedelissimi, che non li abbandonano, quanto dalle nuove generazioni, che iniziano a seguirli. Quando a Roskilde, nel 2000, nove spettatori muoiono calpestati nella calca, il gruppo ne esce devastato e si terrà lontano dai festival per sette anni. Ancora oggi mantengono i contatti con le famiglie delle vittime.

LA SECONDA PATRIA
Concludiamo con un tema che riguarda esclusivamente il nostro Paese. L’Italia e i Pearl Jam hanno un rapporto che va ben oltre le dichiarazioni d’amore di rito. Un amore scoccato nel 1993, durante le pause del tour con gli U2. A Roma scrivono canzoni (Mfc), scattano foto per le copertine degli album (Vitalogy), vedono la prima mostra fotografica retrospettiva a loro dedicata, Five Horizons. Nel 2007 pubblicano il dvd Immagine in cornice, film-concerto, con tanto di titolo in italiano, che documenta le cinque date tricolori del tour europeo dell’anno precedente. Non mancano i momenti privati importanti: Eddie a Roma si sposa, nel 1994, e a Milano conosce la successiva compagna, Jill McCornick (sposata nel 2010 dopo avere avuto da lei due figli). Vedder lo ha detto: «L’Italia è la nostra seconda patria». E c’è da credergli.

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