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16 agosto 1977 Elvis Presley Il Re è morto, lunga vita al Rock

Trentacinque anni fa – era l’agosto del 1977 – moriva Elvis Presley. The King, l’uomo che ha rivoluzionato per sempre la musica popular inventando il rock.

Elivis Presley 16 agosto 1977 Trentacinque anni fa – era l’agosto del 1977 – moriva Elvis Presley. The King, l’uomo che ha rivoluzionato per sempre la musica popular inventando di fatto il concetto di rock (e di rockstar) e diventandone l’icona. Ma Elvis era una persona fragile, morta schiacciata dal peso della sua stessa gloria. 

È, al contempo, molto facile e piuttosto complicato raccontare la parabola di Elvis Presley, il re del rock’n’roll, a distanza di 35 anni dalla sua morte, avvenuta il 16 agosto del 1977 nel bagno della sua casa di Graceland. Infarto, o almeno così dicono i medici, causato da un cocktail micidiale di medicine tra cui Valium, morfina, Demerol, Placydil, codeina, Diazepam, Nembutal, Avental e parecchio altro.

Da un lato ci sono i dati puri e semplici, quelli che ne hanno decretato un successo senza precedenti e, se si escludono i Beatles, pure senza successori: un giovane cantante bianco, con la voce baritonale e il ciuffo ribelle tenuto su con la brillantina, inventa il concetto stesso di rock’n’roll, rendendo appetibile e commerciale una musica derivata dal blues dei neri e sconvolgendo una nazione intera prima (e il mondo poi) al ritmo del primigenio rockabilly. Elvis, ancora prima della sua leggendaria apparizione all’Ed Sullivan Show nel 1956, quella che lo incoronò idolo dei giovanissimi, incarnava l’essenza stessa del proibito. Era bello, si muoveva in maniera sensuale – il famoso soprannome The Pelvis, ricordate? – era vestito in pelle nera e suonava un tipo di musica che incitava a fare lasciarsi andare e perdere le inibizioni. Sembra ridicolo ricordarlo ora, ma per un lungo periodo Elvis incarnò lo stereotipo del ribelle, mutuato in parte dal personaggio del suo grande amico James Dean, il “ribelle senza una causa” del film di Nicholas Ray. Fu un vero re del rock’n’roll, colui che scatenava crisi d’isterismo femminile e svenimenti a ripetizione, istigava risse nelle sale concerti, veniva addirittura accusato dalla Germania est di aver scatenato una rivolta!

Poi, c’è l’altro lato della medaglia, quello meno brillante: dopo essere diventato la prima rockstar della storia, Elvis cominciò una lunga vita da recluso, culminata con la costruzione della reggia di Graceland, inaccessibile a chiunque. Più aumentavano le vendite – ben oltre i 500 milioni di copie ai giorni nostri – più si scoprivano le idiosincrasie di un re tenuto in piedi da un ingranaggio sofisticato e senza scrupoli che non poteva fermarsi mai. Aveva avuto tutto: una carriera formidabile e irripetibile sia musicale che cinematografica, le donne più belle, il mondo ai suoi piedi, la ricchezza, decine di singoli e album al numero uno in classifica. Il suo leggendario appetito e le magiche pilloline che scandivano la sua quotidianità lo mandavano avanti attraverso un mondo che stava inevitabilmente cambiando e che cercava nuovi eroi e nuovi ribelli, con o senza una causa. Quell’estate del 1977, quella del punk e dei Clash che cantavano «No Elvis, Beatles or The Rolling Stones in 1977», era perfetta per uscire di scena, per ricordare chi fosse il più grande di tutti. «È morto il Re, ma il rock’n’roll andrà avanti per sempre», disse John Lennon. Aveva ragione lui.

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