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5 buoni motivi per celebrare Live Aid 30 anni dopo

Live Aid 30 anni dopo

Il 13 luglio del 1985 andava in scena uno degli eventi musicali mediaticamente più rilevanti di quel decennio e, forse, di tutto il secolo scorso. Era un sabato, 30 anni fa, e al Wembley Stadium di Londra si teneva un concerto che per certi versi avrebbe segnato la storia della musica, il Live Aid. L’evento, a dire il vero, vedeva anche altri due concerti in contemporanea, uno a Philadelphia negli Stati Uniti e uno a Sidney in Australia, ma il main event era quello inglese, con tutti i più grandi artisti della scena britannica uniti grazie alla follia visionaria di Bob Geldof.

Il frontman dei Boomtown Rats è ancora oggi ricordato più che per la sua carriera musicale proprio per le iniziative a scopi umanitari che seppe mettere in piedi. Solo un anno prima, nel 1984, la canzone Do They Know It’s Christmas? del collettivo Band Aid, scritta dallo stesso Geldof insieme a Midge Ure, aveva raccolto milioni di sterline per combattere la fame in Africa e aveva spinto Michael Jackson e Lionel Richie a fare lo stesso in USA con We Are The World. Certo, c’era una sorta di autocompiaciuta presunzione nell’aiutare il buon selvaggio del continente nero (avete mai ragionato sul significato implicito del titolo Do They Know It’s Christmas?, ossia “Sanno che è Natale?”, un gigantesco stereotipo sulla distanza dell’Africa dal mondo occidentale: non poco classista, per non dire razzista, se ci pensate), ma in fondo era a fin di bene.

Dopo il successo del singolo, Geldof non si volle fermare e organizzò, sulle basi di Band Aid (il nome che si era dato il supergruppo di Do They Know…), ebbe luogo l’evento degli eventi, cioè Live Aid: una giornata di esibizioni da parte dei più importanti artisti al mondo in tre diverse località. Ancora oggi, nel mondo, quando si pensa alla necessità di raccogliere fondi per motivi caritatevoli, umanitari o di solidarietà, si ricorda quella “prima volta”. E ancora oggi quell’evento suscita un fascino tale da non far ricordare cosa accadde realmente quel giorno. Invece, oltre all’importanza intrinseca dei concerti, accaddero dei fatti musicalmente molto rilevanti. Abbiamo pescato i cinque più importanti.

Paul McCartney torna a esibirsi
Oggi forse non ci viene neppure in mente, ma quel 13 luglio 1985 segnò il ritorno sulle scene dell’ex Beatles, che non suonava dal vivo da parecchi anni. La sua emozione nel salire sul palco per chiudere il concerto con Let It Be (prima del gran finale di Band Aid) era tale che l’artista non si accorse neppure che il suo microfono rimase spento per i primi due minuti di canzone. Era solo l’ultimo dei tanti problemi tecnici che si susseguirono per tutto il pomeriggio di musica, ma in quel caso accadde qualcosa di straordinario che rese il problema un momento di grande intensità. Tutto lo stadio cantò in coro seguendo le note del piano e il risultato fu ancora più emozionante per tutti i presenti.

La reunion dei Led Zeppelin
Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones si ritrovano sul palco (a Philadelphia) per la prima volta dopo la morte del batterista John “Bonzo” Bonham. Il presentatore del concerto li annuncia semplicemente come Zeppelin. A sostituire dietro alla batteria Bonzo si alternarono Tony Thompson e Phil Collins (che per esibirsi prese un aereo Concorde da Londra, dove aveva già suonato). A dire la verità non fu una grande esibizione: Plant non era in forma vocalmente e la chitarra di Page era leggermente scordata. Inoltre in seguito il chitarrista avrebbe criticato Collins per come aveva suonato, accusandolo anche di conoscere le canzoni. Gli Zep torneranno a esibirsi solo in altre quattro occasioni. E ancora oggi i tanti fan della band sperano che accada una sesta volta.

Gli U2 diventano grandi
L’esibizione degli U2 rimane memorabile. Il gruppo avrebbe dovuto suonare tre brani: Sunday Bloody Sunday, Bad e Pride (In the Name of Love). Bono cambiò però il programma all’ultimo istante, senza neppure dirlo ai compagni. Durante l’interpretazione di Bad, il cantante scese dal palco e si mise a ballare con una ragazza, costringendo The Edge a un lungo assolo strumentale che portò la canzone a una durata totale di circa 12 minuti, con il conseguente taglio da parte degli organizzatori dell’ultimo brano in scaletta. «È una persona così finta», avrebbe poi detto Ian Brown degli Stone Roses su Bono. «Quando fecero il Live Aid, che è l’evento che li rese delle superstar mondiali, vide questa ragazza nera che stava in mezzo a tutte le altre persone delle prime file e lei era di Hackney o uno di quei quartieri di Londra e lui pensò “Ecco un’occasione per me di mostrare a tutto il mondo che sono Mr Africa”. Fu come ai tempi delle colonie». Due curiosità: Bob Geldof si infuriò con Bono perché aveva chiesto a tutti gli artisti di evitare personalismi che avrebbero potuto concentrare l’attenzione su un singolo episodio e lo stesso fecero i tre U2 che pensavano di aver perso l’occasione di un’esibizione con tre canzoni (ma si sarebbero ricreduti poco dopo, vedendo il riscontro mediatico del “colpo di testa” di Bono). Nella versione di Bad inoltre sono inclusi dei richiami a Satellite of Love e Walk on the Wild Side di Lou Reed e Ruby Tuesday e Sympathy for the Devil dei Rolling Stones.

Mr. Rolling Stone con i Rolling Stones
A proposito di Rolling Stones, uno dei momenti culmine del concerto di Philadelphia fu quando Bob Dylan, introdotto da Jack Nicholson, salì sul palco per suonare due brani accompagnato dai due chitarristi della band, Keith Richards e Ron Wood. Non suonarono Like a Rolling Stone, ma Blowin’ in the Wind e Ballad of Hollis Brown. Durante il primo brano si ruppe una corda della chitarra di Dylan e così Ron Wood si sfilò la sua e gliela diede andando poi a recuperarne un’altra per sé dal retropalco. Inoltre nell’arco della sua esibizione l’artista americano fece un appello in favore degli agricoltori americani che in quel periodo erano in difficoltà economiche e rischiavano di perdere le proprie fattorie, attirandosi le ire degli organizzatori per aver frainteso il messaggio della manifestazione. Questo messaggio fu però colto da Willie Nelson e John Mellencamp che decisero di dare vita, dall’anno successivo, a Farm Aid, proprio per aiutare i contadini in difficoltà.

La consacrazione dei Queen
Quella che però tutti ricordano come l’esibizione più importante dell’intero evento fu il set dei Queen, che erano in quel periodo la più importante rock band britannica e con questo live ottennero la definitiva consacrazione grazie a uno strepitoso Freddie Mercury. Ma ci sono alcune curiosità che rimasero ignote per parecchio tempo. Lo stesso cantante, fino a poche settimane prima, era dubbioso sull’opportunità di suonare perché non voleva che l’esibizione del gruppo sembrasse una presa di posizione politica. E questo anche perché la band era stata pesantemente criticata dal magazine NME (e anche da alcuni colleghi) perché solo poche settimane prima si era esibita a Sun City, in Sudafrica, rompendo il boicottaggio culturale che gli artisti occidentali avevano imposto al regime di apartheid (il che comportò anche l’inserimento dei Queen in una blacklist da parte delle Nazioni Unite). Quello che resta oggi, però, è solo l’incredibile impatto live che seppero sprigionare Freddie e compagni sul pubblico di Wembley (e su quello televisivo), merito di una settimana di prove al Shaw Theatre di Londra e anche di un piccolo trucco: l’ingegnere del suono della band decise di oltrepassare i limiti di decibel che erano stati imposti dall’organizzazione sull’impianto di amplificazione e così i Queen suonarono a un volume decisamente più alto rispetto ai colleghi.

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