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5 buoni motivi per non perdersi un concerto degli Sterophonics

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di Redazione
Foto di Francesco Prandoni, testo di Gianni Olfeni

Tornano in Italia gli Stereophonics. I gallesi si esibiranno il 9 luglio all’I-Day Festival di Monza mentre l’11 luglio saliranno sul palco dell’Ippodromo Capannelle nell’ambito di Postepay Sound Rock in Roma. Due ottime occasioni per vedere dal vivo una delle migliori band britanniche degli ultimi 20 anni. Di motivi per assistere ad un concerto di Kelly Jones e compagni ce ne sono parecchi: ne abbiamo scelti cinque particolarmente significativi. O meglio, quattro più uno.

L’attitudine live
Gli Stereophonics di oggi sono per 2/3 quelli dell’esordio. Kelly Jones (cantante, chitarrista e leader della band) e Richard Jones (basso) fondarono la band nel 1993 – insieme a Stuart Cable, che ha lasciato il gruppo nel 2003 – e sono ancora protagonisti.  Se hanno avuto la forza di “resistere” per quasi un quarto di secolo è merito di capacità musicali e artistiche non comuni. Dal vivo, tutto questo emerge con grande chiarezza. Gli Stereophonics si sono fatti le ossa sui palchi di tutto il mondo e ancora oggi i due Jones scelgono gli altri membri del gruppo dopo averci suonato insieme. Live comes first. Per questo poi, sul palco, la macchina funziona alla grande.

La voce di Kelly Jones
È uno dei principali motivi per cui gli Stereophonics sono diventati gli Stereophonics. Il timbro vocale del cantante dei Phonics può essere graffiante, rock fino a diventare punk (basti pensare al recente singolo C’est La Vie), ma anche dolce e malinconico fino a strapparti l’anima. Sul palco le sue qualità vocali emergono più di quanto si possa apprezzare su disco: la sua voce migliora, è ancora più intensa. Oltre a deliziare la platea grazie alle corde vocali, dal vivo Jones suona la sua chitarra e si diletta anche con qualche incursione al pianoforte. Insomma è un frontman vero vecchia scuola. E non dimentichiamoci che è pure un bel figliolo, che non guasta.

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Sanno quel che cantano
Con nove album all’attivo, il repertorio della band gallese è ormai vastissimo. Proprio per questo, solitamente, le ultime pubblicazioni non riempiono più del giusto la scaletta. Nell’ultimo tour, per esempio, hanno trovato spazio solo cinque brani dell’ottimo Keep The Village Alive (album più recente), cioè i migliori: C’est La Vie, I Wanna Get Lost With You, Song For The Summer, Sunny e Mr. And Mrs. Smith. Nella setlist di un concerto tipo ci sono quindi tutti successi di una carriera ricca di hit e non manca mai qualche chicca. Quindi: se siete grandi fan troverete tutto quello che vi aspettate, se invece avete una conoscenza poco approfondita del gruppo passerete il tempo a urlare nell’orecchio di qualche malcapitato “conosco anche questa!”.

Comunque vada sarà un successo
È noto che i fan di lunga data degli Stereophonics non apprezzino troppo il successo commerciale di Have a Nice Day, che anni fa venne scelta da un noto brand come colonna sonora di uno spot. Naturalmente la band se ne frega altamente ed esegue il pezzo dal vivo con regolarità. Perché perdere l’occasione di suonare una canzone pop perfetta? È come se gli U2 non suonassero I Still Haven’t Found What I’m Looking For o i Coldplay dimenticassero Viva la vida. Insomma, se non siete fanatic, avrete l’occasione di cantare Have a Nice Day a squarciagola com’è giusto che sia. Se invece siete tra coloro  ai quali fa venire l’orticaria, avrete cinque minuti per quella birra che volevate prendere da un po’.

Un tatuaggio speciale
Pochi lo sanno, ma qualche anno fa Kelly Jones è stato in Italia per una performance particolare: si è esibito al matrimonio di Wayne Rooney, capitano del Manchester United e simbolo del calcio inglese, che ha celebrato le nozze a Portofino nel 2008. Rooney è un grande fan degli Stereophonics e, secondo quanto dichiarato dal leader dei gallesi, conosce i testi delle canzoni meglio dello stesso cantante. Non è tutto: il calciatore si addirittura tatuato il titolo di un album dei gallesi sul braccio (Just Enough Education to Perform). Durante una recente intervista, Jones ha così commentato: «Dovrei forse tatuarmi il numero 10 sulla schiena per ricambiare?» Che c’entra tutto questo con i concerti? Niente, ma era una storia troppo bella per non raccontarla.

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