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5 motivi per non perdersi un concerto di Sharon Van Etten

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Tra sabato 6 e lunedì 8 dicembre arriva in Italia una delle cantautrici americane più celebrate dell’anno, Sharon Van Etten. Ecco perché non bisogna perdersi l’occasione di vederla dal vivo.

1. Il suo Are We There è uno degli album dell’anno
Ogni annata ha il suo disco strappacuore, doloroso ma dal quale è impossibile staccarsi. Guai a non avercelo: in amore ci piace soffrire bene, sosteneva Massimo Troisi in un film. Per il 2014, Are We There assolve bene a questa strana funzione (il modello della categoria, va da sé, è Blood on the Tracks di Bob Dylan). Dalle ballatone epiche come Your Love is Killing Me e I Know, alle scarne suggestioni del pianoforte di I Love You but I’m Lost, dalla delicatezza blues di Tarifa alle atmosfere dolenti di Taking Chances o Every Time the Sun Comes Up, l’intensità con la quale Sharon Van Etten canta la pena dei sentimenti lascia ammirati e attoniti. È il suo lavoro più maturo nonché quello arrivato più in alto nelle classifiche. Nota per feticisti: per incidere, Van Etten e i suoi hanno suonato strumenti usati da John Lennon e Patti Smith.

2. È una delle artiste predilette dell’indie rock americano
Breve lista dei colleghi che hanno voluto avere una parte, anche piccola, nei lavori della Nostra: i fratelli Dessner (The National), Zach Condon (Beirut), Julianna Barwick, Adam Granduciel (The War on Drugs), Jonathan Meiburg (Shearwater), Jenn Wassner (Wye Oak). E si potrebbe continuare. Tramp, l’album del 2012 che la impose a critica e pubblico, è stato prodotto proprio da Aaron Dessner. «La sua voce fa breccia nel muro che costantemente cerco di costruire intorno al mio cuore», ha dichiarato Kyp Malone dei Tv on the Radio, il primo a incoraggiare Sharon a fare sul serio con una carriera in musica. Un po’ enfatico, ma rende l’idea.

3. Fa riscoprire il cantautorato femminile
La voce e l’impronta folk della Van Etten sono il giusto spunto per scoprire una scena al femminile più viva che mai. Non resta che proseguire con Angel Olsen, già compagna d’avventure di Bonnie Prince Billy,o con l’indie folk rude e di Waxahatchee . Oppure con le tessiture più astratte di Marissa Nadler o Grouper. Per non parlare del successo, tra chitarre acustiche e tessiture elettroniche, di un’artista cerebrale come la bella St. Vincent. Anche in Inghilterra hanno le loro campionesse: Anna Calvi, spesso paragonata alla grande PJ Harvey, e Lara Marling, più tradizionalista.

4. Questa canzone
Non per insistere, ma da sola vale il prezzo il biglietto. Il canto di Sharon Van Etten si porta via tutto, compresa la violenza delle parole (dal ritornello: «Break my leg so I can’t walk to you/ Cut my tongue so I can’t talk to you/ Burn my skin so I can’t feel you/ Stab my eyes so I can’t see»). Lo dice lei stessa: « È pesante, ma una volta finita mi sento meglio».

5. L’opening act
Non capita tutti i giorni di trovarsi davanti a una virtuosa della chitarra (nonché poli-strumentista) come Marisa Anderson, da Portland, che indaga la storia del folk e del blues rielaborandola con stile viscerale e asciutto. Per gli appassionati del genere Americana, è un’occasione da non perdere: sembra quasi di vederla, l’America degli spazi sconfinati, attraverso certi arpeggi.

Francesco Riccardi

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