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A Milano scopriremo se Paolo Nutini è davvero un grande

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Il cantautore scozzese torna in Italia per un unico concerto a Milano, il primo in un grande palazzetto nel nostro Paese. Per lui è stato l’anno della definitiva consacrazione, dopo la pubblicazione di uno degli album più belli del 2014 e un tour trionfale che lo ha portato in tutta Europa e lo ha proiettato nell’Olimpo dei grandi. Come ha fatto a raggiungere questi risultati? Semplicemente, ha trovato il giusto equilibrio tra tutte le sue anime (compresa quella italiana). Tratto da Onstage Magazine 75 di novembre/dicembre 2014. Foto di Roberto Panucci

C’è un che di indefinibile nella musica e nel personaggio di Paolo Nutini. E questo nonostante il cantautore 27enne sia di suo un tipo piuttosto diretto e cristallino. Uno che porta sul palco se stesso e poco più, senza artifici scenici. Ma in lui convivono opposti che contribuiscono a renderlo ancora più interessante, a cominciare dal nome e dal cognome così smaccatamente italiani, iscritti però su passaporto scozzese. Il ragazzo nativo di Paisley, cittadina praticamente attaccata all’aeroporto di Glasgow, non ha mai fatto mistero delle sue origini toscane, così come ha più volte dichiarato il suo amore per la tradizione musicale italiana, e per Lucio Dalla in particolare, omaggiato a più riprese con una toccante cover di Caruso portata anche sul palco del Festival di Sanremo di quest’anno. Eppure c’è qualcosa in lui di irrimediabilmente britannico che pone fine a qualsiasi dubbio sulla sua terra di appartenenza. Come è ovvio, però, sono altre, e ben più profonde, le antitesi in questione. Troppo morbido per essere veramente rock, a tratti troppo cupo e introspettivo per poterlo considerare pop, Paolo Nutini esprime questo suo dualismo di fondo nell’ultimo disco Caustic Love, uscito in aprile, di sicuro il lavoro più completo e complesso della sua (ormai) quasi decennale carriera.

CARATTERE COMPLESSO
È sufficiente prendere due dei pezzi più riusciti dell’album, Scream (Funk My Life Up) e Iron Sky, per cogliere la (meravigliosa) dissonanza di quello che si sta affermando come uno dei cantautori più interessanti della sua generazione. Il primo brano, funkeggiante e pervaso di groove, trasuda vitalità, sesso ed entusiasmo. Il secondo, intenso e straziante, pur invitando a suo modo alla speranza sembra nascondere un senso ineluttabile, quasi doloroso, di sconfitta. Ed è così che l’urlo di copertina dell’album assume di volta in volta un significato differente. Del resto parliamo di un artista che invece di sfruttare subito il successo di un esordio bruciante come These Street, pubblicato nel 2006 quando non aveva ancora vent’anni, si è preso tutto il tempo necessario per registrare il seguito Sunny Side Up, del 2009. E ancor più tempo si è preso prima di concedere ai suoi fan un terzo album, uscito dopo altri cinque anni.

Non si è fatto problemi Paolo a mescolare in Caustic Love stimoli e influenze musicali diverse, dando definitivamente il commiato alle sonorità facili dei suoi inizi. Ha preso il rock pop e melodico di Jenny Don’t Be Hasty e Last Request e lo ha sporcato di funk, di soul, di rhythm’n’blues. Ha colorato il suo sound britannico di stelle e strisce, senza il timore di perdere la propria originalità o identità nel confronto con la tradizione musicale americana. Pur mantenendo l’immagine semplice e un po’ casual che lo ha sempre contraddistinto, ha duettato con una stella glamour come Janelle Monáe, ospite nella prorompente Fashion. Nonostante la faccia da cantautore innocuo che con le sue canzoni non vuole disturbare nessuno, ha messo in mostra gli aspetti più complessi del suo carattere, così come anche la sua indole combattiva, rappresentata dal potente monologo «You the People Have The Power» di Charlie Chaplin preso da Il grande dittatore e incluso in Iron Sky. E non ha avuto paura di esprimere le proprie potenzialità canore in un brano come Cherry Blossom Girl, nel quale la sua voce arriva a ricordare da vicino quella di Eddie Vedder dei Pearl Jam.

YIN E YANG
Paolo Nutini non è certo l’unico musicista a mescolare generi, tradizioni musicali e stili differenti. È però notevole il fatto che sia riuscito a farlo rimanendo in cima alle classifiche, andando in tv, senza farsi dimenticare da un pubblico con la memoria sempre più corta che oramai sembra ricordarsi solo di chi incide almeno un album ogni due anni. Paolo non è un fenomeno di nicchia, conosciuto solo da chi ama la musica. Nonostante il suo sound sfaccettato, è un artista mainstream. Uno che viene invitato a Sanremo, tanto per fare un esempio. Questo perché nonostante tutti gli esperimenti e le incursioni sonore, il cantautore scozzese è riuscito a non abbandonare la sua attitudine pop e comunicativa di fondo (che derivi dalle sue origini italiane?). E ha trovato l’equilibrio giusto tra immediatezza e complessità. Il risultato non era così scontato, ma è anzi la dimostrazione di quanto fosse necessario il tempo che si è preso per Caustic Love. Gli esiti potevano essere altri e non altrettanto esaltanti. Il disco poteva risultare un pasticcio poco omogeneo. Oppure poteva costargli le simpatie del grande pubblico. Ma non è successa nessuna di queste cose. E Paolo è lì, con il suo album incredibilmente ricco e di grande successo da portare in tour in Europa e nel mondo, compresa la tappa milanese del 15 novembre.

È questa la scommessa vinta da Paolo Nutini: aver saputo conciliare gli opposti, trovando un equilibrio tra i dualismi e riconducendo un’incredibile molteplicità a un insieme coeso. È il Tao della Musica. Lo Yin del Rock e lo Yang del Pop che si mescolano e si compenetrano in un’entità unitaria e allo stesso tempo molteplice. Lo hanno fatto altri, prima di lui, ma non in tanti ci sono riusciti. E anche nei casi più fortunati, spesso si tratta di episodi fortunati, di un insieme di fattori che portano un certo artista a esprimere il meglio di sé in un determinato momento, salvo poi perdere irrimediabilmente quella scintilla. In altre circostanze, le migliori, questa conciliazione dell’inconciliabile è il risultato di un percorso studiato, sudato e destinato a proseguire.

LA GIUSTA DIREZIONE
Non che Paolo nei cinque anni intercorsi tra Sunny Side Up e Caustic Love si sia rinchiuso in uno studio con una chitarra e abbia passato tutto il suo tempo a suonare e risuonare incessantemente, fino a raggiungere la perfezione. Anzi, come ha raccontato lui stesso, una buona parte di questo tempo l’ha trascorsa lontano dagli strumenti, viaggiando, fotografando e riflettendo, nel tentativo di venire a capo di un dilemma fondamentale (cosa fare nella vita) e al contempo nella speranza di combattere l’impulso di mollare la carriera musicale, fonte per lui di tanti dubbi e malesseri. Ma è anche questa una parte del processo, anzi forse la più difficile, che poteva essere facilmente aggirata buttando giù quattro accordi ruffiani e un pugno di ritornelli orecchiabili, così da confezionare un terzo disco tanto facile quanto dimenticabile. Invece, dopo essersi preso tutto il tempo per riflettere su se stesso, Paolo Nutini ha utilizzato come punto di partenza quanto di buono fatto con Sunny Side Up, dove già aveva cominciato quel processo di sporcatura del suo suono – tra tentativi a base di reggae e ska (It Must Be Love10/10), ragtime (Pencil Full of Lead), soul (Growing Up Easy) e folk sghembo (High Hopes) – e lo ha portato molto più in là aggiungendo nuove incognite all’equazione.

Quella che a qualcuno potrebbe sembrare incertezza, è invece proprio la ricchezza di Caustic Love. La mancanza di un’identità musicale definita è ciò che conferisce a Nutini una personalità artistica precisa: pezzi comeLet Me Down Easy e Numpty, pur assomigliando ad altro, portano sottopelle l’inconfondibile sfumatura che contraddistingue i brani della discografia del musicista di Paisley. Una sfumatura indefinita, irriducibile a semplici etichette di genere, frutto di una miscela inedita di rock, soul e blues spolverati di tante altre spezie sonore, raccolte nel corso dei suoi tour in giro per il mondo. Le tappe del viaggio che hanno portato Paolo Nutini fino a Caustic Love sono state pianificate con calma e dedizione, con un progetto in mente ma allo stesso tempo con l’umiltà di adattarsi alle deviazioni imposte dal percorso. Col tempo, Paolo ha imparato a scegliere da sé la direzione giusta. Ci sono quindi tutte le premesse perché questo suo terzo disco non sia il punto di arrivo di una carriera, ma solo un’altra tappa di un’avventura molto più lunga.

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