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Il documentario su Amy Winehouse è una bella riflessione sulla celebrità contemporanea

Amy Winehouse film cinema

Esce nelle sale italiane per tre giorni Amy, il documentario che ripercorre la breve vita dell’artista inglese. Un racconto straziante e una storia d’amore tormentata. Quello tra Amy Winehouse e la musica.

«I’m all for you, body and soul», canta Amy Winehouse insieme a Tony Bennet in una delle ultime scene di Amy, il documentario che ripercorre la sua vita dall’adolescenza fino alla celebrità, in un breve percorso che l’ha portata alla morte per un mix di alcol e farmaci nel 2011, a soli 27 anni. È uno dei pochi attimi di tregua nei quali Amy, rassicurata da Bennet, è lucida, riesce a cantare al meglio e a far vedere ciò che era e ciò che sarebbe potuta essere. In quel momento è la versione perfetta di se stessa. Tra alcune inevitabili polemiche, il film del regista Asif Kapadia (lo stesso che ha diretto Senna, documentario sulla leggenda della Formula Uno) uscito a inizio luglio nel Regno Unito e negli States, arriva nelle sale italiane, ma solo per tre giorni, il 15, 16 e 17 settembre.

Il racconto di Amy è costruito attraverso filmati amatoriali, registrazioni in sala prove, video dei concerti, fotografie e audio interviste delle persone che le sono state più vicino. Dove ci sono delle lacune, il regista le colma con i testi delle canzoni di Amy Winehouse. Il risultato è sconvolgente e destabilizzante: il volto della cantante lentamente si trasforma. Il film si apre con un video registrato durante il 14esimo compleanno di una delle sue migliori amiche, Lauren Gilbert, durante il quale la cantante improvvisa un Happy Birthday dove si avvertono già tutte le sue doti. La faccia è tonda come quella di molte teenager, ma più si procede nel tempo più il corpo si smasgrisce e i lineamenti si induriscono. E lentamente aumenta il disagio di chi guarda perché, conoscendo in anticipo la tragica fine di questa storia, si è consapevoli di assistere alla sua morte, impotenti. Kapadia mostra anche il fondo, compreso il concerto di Belgrado del 2011 quando Amy non riesce a esibirsi e il pubblico la insulta, e quel fondo è un’ossessione che dura tutto il film e che si percepisce nonostante le voci narranti del padre e degli amici più stretti non approfondiscano i disturbi e i tormenti di Amy. Ma a farlo ci pensano i testi delle sue canzoni. Kapadia inserisce le parole delle canzoni sullo schermo, come fossero scritte a mano, mentre lei canta. «Questo è un film su Amy e sulle sue canzoni», ha spiegato il regista. «La gente non si era accorta di quanto fossero importanti e personali i suoi testi».

All’inizio del film Amy è una ragazzina sorridente, timida ma già affascinante. Poi, improvvisamente, diventa un personaggio commerciale e si capisce che non saprà reggere il peso di questa condizione. Le persone a lei più vicine avvertono la sua paura e la sua mancanza di forza. E così è: la fama colpisce in fretta e senza pietà, come dimostrano anche le prese in giro e le insinuazioni di alcuni personaggi televisivi che infieriscono su di lei e sul suo uso di droga e alcol. Più la pellicola scorre, più diventa difficile resistere davanti allo schermo perché la caduta di Amy diventa una riflessione sulla celebrità contemporanea. E se il padre di Amy, appena prima dell’uscita del film nel Regno Unito, ha accusato il regista di averlo messo in cattiva luce, a uscire “male” da Amy sono tutti quelli che hanno ballato ridendo sulle note di Rehab mentre lei cantava mettendoci tutta se stessa, body and soul, «They tried to make me go to rehab, but I said ‘No, no, no’».

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