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Tornano i Bastille, scordatevi le regole

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Dopo aver dominato le classifiche dello scorso anno con i singoli di Bad Blood, i Bastille tornano in tour in Italia nel 2014. Scopriamo qualcosa di più su un gruppo che ama rompere le regole della musica (tratto da Onstage Magazine, numero di marzo 2013).

È possibile definire “alternative rock” un gruppo che fa a meno delle chitarre? L’etichetta potrebbe sembrare bizzarra e addirittura fuori luogo, ma non per i Bastille. Tra le poche vere novità nel panorama pop-rock del 2013, con il loro primo album Bad Blood hanno conquistato classifiche, fatto il pieno negli eventi dal vivo e portato a casa anche un Brit Award come gruppo rivelazione. E se, come ha recentemente dichiarato Andy Bell dei Beady Eye, «ci sono momenti in cui le chitarre sembrano passare di moda e adesso è uno di quelli», per Dan Smith, che del gruppo londinese è la voce e la mente, non è questione di moda ma solo di influenze e modo di declinare i propri gusti musicali. Un onnivoro cresciuto con Simon & Garfunkel e i Fugees, i Blur e le TLC, che al momento di scrivere la propria musica ha messo dentro tutto, fondendo le soluzioni melodiche degli uni con gli arrangiamenti elettronici e i beat sintetici degli altri. Un azzardo sulla carta, un successo alla prova dei fatti, capace di suscitare soprattutto l’entusiasmo dei giovanissimi. In primis in patria, dove i Bastille sono andati direttamente al numero uno in classifica vendendo più di mezzo milione di copie, ma anche all’estero. L’Italia non è rimasta immune dalla Bastille-mania, tanto che il gruppo torna a Milano il 22 marzo, in un Forum già sold out, a brevissima distanza dal recente concerto milanese di novembre. E per l’estate sono già in programma altre tre date, a Ferrara, Roma e Udine.

Una sintesi che dia logica
La parola d’ordine del gruppo potrebbe essere contaminazione. Di generi, dove il pop e l’elettronica offrono una veste inedita a brani che potrebbero essere tranquillamente quelli di una band indie, ma anche di arti, con influenze cinematografiche che fanno capolino spesso e volentieri. Prima di puntare sulla musica e sui Bastille, Smith voleva diventare un giornalista e un critico cinematografico. Un background che gli è rimasto nel modo di comporre. «Vedo ogni canzone come una piccola storia, con dei dialoghi» ha raccontato. Al punto che nei due mixtape pubblicati nel 2011, Other People’s Heartache e Other People’s Heartache Pt. 2, una canzone di Frank Ocean si mescola a estratti da Donnie Darko, e frasi e sample da vari film diventano parte integrante delle musiche. Se in quel caso la connessione era evidente, in Bad Blood è implicita ma comunque viva, laddove «l’uso degli archi deriva dalla passione per le colonne sonore» e la sfrenata passione di Smith per David Lynch trova il suo manifesto nel brano Laura Palmer (senza contare che la celebre colonna sonora di Twin Peaks fa da intro ai loro concerti).
Ma la contaminazione riguarda anche la cultura pop e quella classica. A partire dal nome della band, ispirato a una data storica come quella della presa della Bastiglia durante la Rivoluzione Francese, ma scelto in realtà perché il 14 luglio è anche il giorno in cui è nato il cantante. Per non parlare del singolo che li ha lanciati, Pompeii: una melodia assassina, di quelle che entrano subito in testa, con un coro epico che ricorda uno yodel e un testo che non parla di sole-cuore-amore ma riporta l’impossibile dialogo tra due corpi fissati eternamente nella lava, l’uno accanto all’altro, dopo la storica eruzione del Vesuvio. Qualcuno potrebbe definirlo un minestrone improbabile, ma in realtà non basta mettere insieme elementi tanto diversi per avere il segreto della ricetta del successo: bisogna trovare una sintesi che dia una logica al tutto e lo renda apprezzabile. E il cantante londinese, che a David Lynch non ha rubato solo la capigliatura, ma anche qualche trucchetto, ha una grossa abilità nel mescolare i vari fattori.

Gli East 17 e Mariah Carey
Tra le altre frecce nell’arco dei Bastille c’è la capacità di giocare su un doppio piano: quello della nostalgia e del citazionismo per un pubblico più maturo, e quello della novità per i fan più giovani e potenzialmente digiuni di certe conoscenze musicali. Due piani che si fondono spesso nei mashup, un giochino molto contemporaneo e affascinante con il quale una o più canzoni che condividono una serie di accordi si fondono, non in un semplice medley ma in una vera sovrapposizione che li trasforma in una canzone nuova a tutti gli effetti. In una recente esibizione dal vivo hanno messo insieme Michael Jackson (Earth Song) e i Pulp (Common People) – rievocando un episodio dei Brit Awards del 1996, quando Jarvis Jocker, cantante dei Pulp, tentò di sabotare l’esibizione di Jackson proprio durante Earth Song – mentre un’altra volta, sotto Natale, hanno fuso gli East 17 di Stay Another Day con canzoni tradizionali come quelle celebri di Mariah Carey e gli Wham! E poi c’è Of The Night, mashup tra due cult della dance anni ‘90, Rythm Is A Dancer degli Snap e Rythm Of The Night di Corona, che, pubblicato come singolo, è subito schizzato ai vertici delle classifiche inglesi. Così due canzoni che vent’anni fa sono diventate tormentoni, messe insieme funzionano alla grande ancora oggi, e depurate dai tastieroni tamarri di allora possono far breccia anche in chi all’epoca le aveva snobbate storcendo il naso. In questo caso, con la rielaborazione sotto forma di ninna-nanna dark della strofa, prima dell’esplosione del tunz-tunz del ritornello, emerge l’altro tipo di contaminazione cara ai Bastille: quella degli stati d’animo. A dispetto di ritmi quasi sempre up tempo e brani ballabili, le loro melodie non sono mai solari, ma hanno un tocco di malinconia, esaltato dal timbro vocale di Smith, che rende il tutto più particolare.
Nati come progetto solista di Smith, con l’ingresso di Kyle Simmons, Will Farquarson e Chris Wood i Bastille sono diventati un vero gruppo a tutti gli effetti e la loro evoluzione è solo all’inizio. Per il prossimo album annunciano ulteriori sperimentazioni (“un brano alla Dr. Dre”) e già hanno provato a inserire qualche parte di chitarra che potrebbe prendere sempre più spazio, visto quanto dichiarato da Smith: «Non avevo capito quanto mi piacesse il suono distorto fino ad ora!». Perché, in ogni caso, come dice Andy Bell, «alla fine le chitarre tornano sempre di moda».

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