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Lo sbarco dei Beatles in America, 10 cose da sapere (50 anni dopo)

Beatles in America

Ogni 7 febbraio ricorre l’anniversario dello sbarco dei Beatles in America. Ma il 7 febbraio 2014 è un giorno speciale: si festeggiano infatti i 50 anni di quello storico evento. 

Anche allora, in quel lontano 1964, si trattava di un venerdì. Venerdì 7 febbraio. L’una è passata da venti minuti quando quattro ragazzi poco più che ventenni atterrano con il volo 101 della Pan Am in arrivo da London Heathrow. Il JFK International Airport è stato appena rinominato così dopo l’assassinio del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, avvenuto meno di tre mesi prima. Ad attenderli ci sono migliaia di ragazzine impazzite. I Beatles si affacciano dal portellone del boeing e salutano. Sono passati 50 anni dall’evento che forse più di ogni altro ha cambiato il mondo della musica pop-rock e influito sulle generazioni a venire. In quel venerdì 7 febbraio 1964 non ha solo inizio la cosiddetta “British Invasion” ma qualcosa di molto più grande. Per celebrare l’anniversario ecco 10 tra aneddoti, curiosità e leggende di quei giorni che (forse) non conoscete.

LUCE ABBAGLIANTE
Una settimana prima del loro arrivo negli USA, l’1 febbraio 1964, I Want To Hold Your Hand raggiunse il primo posto delle classifiche americane su Billboard. Ciononostante, quando sbarcarono a New York non sapevano come sarebbe andata. «Pensavamo che avremmo visto solo uno spiraglio di quel mondo», dirà poi John Lennon. «Invece fu una luce talmente abbagliante che ne fummo storditi». La canzone restò al numero uno per sette settimane, subito seguita da She Loves You (2 settimane) e Can’t Buy Me Love (5 settimane). I Beatles sono così stati gli unici artisti a piazzare tre canzoni consecutivamente al numero uno della classifica Billboard. Ecco come ebbe inizio la British Invasion.

30 DOLLARI
Tra le leggende che circolano su quanto fosse inaspettato quell’incredibile successo, alcune le alimentarono gli stessi membri della band. George Harrison, per esempio, avrebbe in seguito dichiarato che «prima di partire per quel primo viaggio in America, Brian Epstein (allora manager del gruppo, ndr) aveva detto alla Capitol: “Potete avere i Beatles a condizione che spendiate trenta dollari per pubblicizzarli”. E loro lo fecero. In realtà erano cinquantamila dollari, una cifra enorme. Era parte dell’affare».

CASCHETTI&PARRUCCHE
A contribuire decisamente al successo del gruppo furono anche le pettinature. «Credo che la maggior parte dei soldi furono spesi a Los Angeles, facendo indossare a personaggi famosi come Janet Leigh parrucche dei Beatles e fotografandoli», racconterà Paul McCartney. «E da lì è partito tutto. Una cosa del genere fatta da una star del cinema poteva essere diffusa da tutte le agenzie di stampa d’America. “Guardate questa foto di Janet Leigh con quella strana pettinatura a caschetto”. Così è iniziata tutta la faccenda della pettinatura e questo sollevava interesse verso di noi».

FAB THREE
Le prime foto ufficiali dei Fab Four a New York, scattate a Central Park, ne ritraevano in realtà solo tre. Mancava George Harrison, che era rintanato nella sua stanza dell’Hotel Plaza con una tonsillite. «Ci sono solo gli altri tre, con New York sullo sfondo», spiegherà George. «Lo stesso vale per l’Ed Sullivan Show: ci sono foto dei Beatles che provano senza di me. Non sono mai riuscito a capire come mai, con frotte di gente dappertutto, con questa mania sempre crescente, abbiano scelto un parco per fare un servizio fotografico».

12 CORDE
Sempre in quei primissimi giorni a New York George fu protagonista di un’altra sorpresa. «Mentre stavamo al Plaza di New York per l’Ed Sullivan Show», ricorderà anni dopo, «vennero quelli della Rickenbacker e mi portarono una dodici corde. Da allora l’ho usata un sacco. John aveva già una piccola Rickenbacker a sei corde, la famosa bionda con il manico ridotto che aveva poi ridipinto di nero (proprio quella che usò all’Ed Sullivan Show, ndr), e quando mi diedero la dodici corde al Plaza, entrambi avevamo delle Rickenbacker, che divennero quindi sinonimo di Beatles».

IN REALTA’ DUE
La Beatlemania invase non solo New York, ma tutto il Paese due giorni dopo il loro arrivo, con la partecipazione all’Ed Sullivan Show del 9 febbraio. I Fab Four parteciparono in tutto a tre serate (oltre a quella domenica, anche le due successive). La terza serata (quella del 23 febbraio) era però stata registrata nel pomeriggio del 9 febbraio, prima della prima esibizione. I Fab Four infatti erano già tornati in Inghilterra il 22 febbraio.

10 MINUTI DI PAUSA
Fu calcolato che circa 73 milioni di persone rimasero incollate davanti alla televisione in quei pochi minuti di esibizione alla prima serata dell’Ed Sullivan Show. Leggenda vuole che durante quegli istanti l’intero Paese si fermò. «Siamo venuti a sapere che mentre lo show era in onda non sono stati registrati crimini, o quasi», disse George Harrison. «Persino i criminali si sono presi dieci minuti di pausa in occasione dello show dei Beatles».

CANZONI A RICHIESTA
L’America era ai loro piedi, ma per i Beatles l’emozione di essere negli Stati Uniti era legata anche alle possibilità di crescita musicale che avevano rispetto all’Inghilterra. «Eravamo impressionati dalla radio americana», dirà anni dopo John Lennon. «Chiamavamo ogni emittente della città chiedendo di suonare le Ronettes o altri. Volevamo ascoltare musica e non chiedevamo i nostri dischi, ma quelli di Elvis, Eddie Cochran, Marvin Gaye. Non facevamo nient’altro tutto il giorno. Ognuno aveva una radiolina, tutte erano accese a volume diverso e, a seconda della canzone che ci piaceva, alzavamo il volume dell’una o dell’altra. Grandioso».

LA CHITARRA ELETTRICA
I Beatles conoscevano bene Bob Dylan prima di arrivare negli Stati Uniti. «L’abbiamo subito ascoltato, e subito lo consumammo», disse Harrison. «Il contenuto dei testi e il suo atteggiamento sono stati incredibilmente originali e meravigliosi». Il suo stile influenzò molto quello dei Fab Four, soprattutto nell’utilizzo della voce da parte di Lennon. Ma anche i Beatles diedero grande ispirazione al menestrello, che da allora decise di utilizzare la chitarra elettrica generando un vero psicodramma nei suoi fan.

ERA GIA’ TROPPO
Paradossalmente l’esplosione di quel febbraio 1964 segnò anche il principio della fine. «All’inizio era divertente», commenterà Harrison. «Poi cominciò a diventare faticoso. Quando partimmo per il nostro primo viaggio in America, c’era la novità della “conquista” dell’America. Poi tornammo l’anno successivo in tournée e poi l’anno dopo ancora, e a quel punto era già troppo. Non potevamo muoverci». E infatti solo due anni e mezzo dopo quel primo viaggio, il gruppo smise di esibirsi dal vivo, il 29 agosto del 1966, con un ultimo concerto al Candlestick Park di San Francisco.

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