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Springsteen Musicares, seconda tappa del viaggio nel mondo di Bruce

Bruce Springsteen Musicares

Esce il 25 marzo Bruce Springsteen Musicares, il video del concerto che è stato tributato al cantante americano dalla fondazione dei Grammy Awards. Ecco la recensione.

È uno dei cantanti più amati al mondo e, secondo molti, il miglior live performer nella storia del rock. Bruce Springsteen negli anni ha vinto numerosi Grammy Awards, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame. E, l’8 febbraio 2013, è stato anche nominato filantropo dell’anno da Musicares, la fondazione di beneficenza dei Grammy Awards che si occupa di artisti e musicisti in difficoltà economica.

La consegna del premio è in realtà un’occasione (neppure tanto velata) per rendere un tributo a un grande cantante, organizzando un concerto in suo onore con altri importanti artisti che cantano le sue canzoni davanti a una platea di gente in giacca e cravatta che ha appena cenato. Quanto più di lontano ci sia dunque dal mondo del rock e dello stesso Springsteen. E ora, a circa un anno di distanza da quell’evento, esce in dvd, blu-ray e digital download il video di quella serata. Un documento che vale la pena di vedere, nonostante tutti i suoi limiti, per scoprire qualcosa in più sul diavolo del New Jersey.

La prima cosa che balza agli occhi è che Bruce appartiene a questo tipo di eventi mondani come il ketchup su un piatto di spaghetti. È evidente il suo imbarazzo, acuito anche dall’essere l’oggetto di tutti gli sguardi e le attenzioni. Nonostante tutto, si cala nella parte e, con famiglia al seguito (compresa la quasi novantenne mamma Adele), si schernisce quando tutti i cantanti che passano sul palco si rivolgono a lui salutandolo o ringraziandolo. A metterlo in chiaro, da subito, è anche Jon Stewart, presentatore della serata e amico di Springsteen. «È molto felice di essere a Los Angeles ad ascoltare discorsi che di solito fanno quando sei morto», sdrammatizza il comico e conduttore del The Daily Show.

È però una serata dedicata alla musica di Bruce e così iniziano a susseguirsi cantanti (alcuni poco noti al pubblico italiano) che inanellano uno dopo l’altro i grandi successi di un uomo capace di piazzare in prima posizione nella classifica ben 11 album in carriera (ma curiosamente nessun singolo). E qui inizia a scoprirsi il limite principale dell’operazione: cantare una canzone di Springsteen è dannatamente difficile. Non tanto per la difficoltà canora in sé, quanto per la credibilità. Bruce, quando canta, sta davvero vivendo quello che ha scritto e per questo è considerato un working class hero anche oggi, nonostante sia miliardario. E quasi nessuno, nel corso delle oltre due ore di concerto, è in grado di raggiungere la sua stessa intensità. Solo Patti Smith con Because The Night e Neil Young con Born in the USA (non a caso due che con Springsteen hanno un rapporto di amicizia e conoscenza vera) riescono a dare un senso a quello che cantano. Patti (va da sé) perché ha scritto il testo della canzone. Neil semplicemente perché è Neil (e Bruce lo ringrazierà a fine serata ridendo del fatto che sembrava di sentire i Sex Pistols che cantavano BITUSA).

Tutti gli altri portano a casa il loro compito egregiamente, con esibizioni di alto livello, ma in alcuni casi prive di intensità. I migliori (il parere è soggettivo) sono Ben Harper e Charlie Musselwhite (grandissimo armonicista blues) in Atlantic City, Zac Brown e Mavis Staples in My City of Ruins, i Mumford & Sons in I’m On Fire, Tom Morello nei vari assoli di chitarra, Kenny Chesney (uno dei più amati cantanti country americani) nella riscoperta One Step Up e (sorpresa!) John Legend, che al piano restituisce il senso di intimità originario a Dancing in the Dark. Sotto le aspettative Sting, che canta Lonesome Day sulla falsa riga di quando aveva cantato (in una versione strepitosa) The Rising ai Kennedy Center Honors nel 2009. Deludenti invece (sempre in quanto a credibilità) molti altri, da Elton John in Streets of Philadelphia a Emmylou Harris in My Hometown a Juanes in Hungry Heart.

Sul palco, alla fine, sale anche l’eroe della serata per quattro canzoni. Lo stacco rispetto a chi lo ha preceduto è netto. Il suo impatto quando canta è devastante. E il senso più profondo di questo video tributo a Springsteen sta tutto in quel «Well done, rich people!», che lo stesso cantante rivolge al pubblico alla fine della serata dopo avergli fatto intonare in coro un verso di Thunder Road, una delle sue canzoni più amate e impresse nella memoria collettiva. Non che Bruce sia povero, ma in quella frase sta tutta la sua ironia e la sua incredulità nell’avere davanti una platea di signore in vestito da sera e di uomini con colletti inamidati. Ecco chi è il cantante del New Jersey ed ecco perché questo tributo è di fatto, ancora più che un bel concerto, il secondo episodio dopo il documentario Springsteen & I (uscito nel 2013) in un viaggio per entrare nel mondo di Bruce Springsteen e capire chi sia.

La scaletta del concerto:

1. Adam Raised a Cain – Alabama Shakes
2. Because the Night – Patti Smith
3. Atlantic City – Natalie Maines, Ben Harper e Charlie Musselwhite
4. American Land – Ken Casey
5. My City of Ruins – Mavis Staples e Zac Brown
6. I’m On Fire – Mumford and Sons
7. American Skin (41 Shots) – Jackson Browne e Tom Morello
8. My Hometown – Emmylou Harris
9. One Step Up – Kenny Chesney
10. Streets of Philadelphia – Elton John
11. Hungry Heart – Juanes
12. Tougher Than the Rest – Tim McGraw e Faith Hill
13. The Ghost of Tom Joad – Jim James e Tom Morello
14. Dancing in the Dark – John Legend
15. Lonesome Day – Sting
16. Born in the USA – Neil Young e Crazy Horse
17. We Take Care of Our Own – Bruce Springsteen
18. Death to My Hometown – Bruce Springsteen
19. Thunder Road – Bruce Springsteen and the E Street Band
20. Born to Run – Bruce Springsteen and the E Street Band
21.  Glory Days – Bruce Springsteen and the E Street Band con tutti i cantanti

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