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Bruno Mars: il figlio del re arriva in Italia

Prima come autore di canzoni per altri e, poi, come artista solista: la carriera del giovane cantante americano non conosce soste e lo ha portato in breve tempo in cima alle classifiche di mezzo mondo. Il piccolo Elvis, come è stato definito, sta per arrivare anche in Italia.

È quasi un predestinato Bruno Mars, nato Peter Gene Hernandez a Honolulu ventisei anni fa. Uno di quelli che già in tenera età si trova perfettamente a proprio agio su un palco, con una chitarra a tracolla e un microfono in mano, abilità ereditata da una famiglia composta da musicisti dilettanti. Il soprannome Bruno gli arriva direttamente dal padre, vista la sua somiglianza con il lottatore di wrestling Bruno Sammartino, nato in Abruzzo ma diventato celebre negli States negli anni Sessanta, fino a diventare una figura leggendaria. Il piccolo Bruno, però, predilige nettamente il canto e questa sua passione lo porta addirittura a recitare nel 1990 nel film Honeymoon In Vegas, in cui interpreta la parte di un piccolo imitatore di Elvis Presley. È la rivelazione definitiva, come dichiara lo stesso Mars qualche tempo più tardi: «Era una star, quella è la cosa che mi affascina di più di Elvis. Sono soprattutto fan di quello giovane degli anni 50, quando saliva sul palco e dava la sensazione di avere un controllo assoluto su tutto ciò che lo circondava. Quel tipo di carisma che hanno anche Prince, Michael Jackson e James Brown, tanto per fare un esempio. Mi ricordo un filmato di Elvis all’Ed Sullivan mentre canta Hound Dog e a un certo punto rallenta il pezzo, dando la sensazione di improvvisare. Guarda verso le ragazze del pubblico che sono in delirio e le comanda a piacere, è una cosa impressionante, le tranquillizza e poi le fa esplodere per il gran finale! Impari molto guardando quel tipo di esibizioni, capisci come si comportano sul serio i fuoriclasse». La strada tracciata dall’apparizione del Re porta il giovane musicista per la prima volta a Los Angeles, subito dopo il diploma, dove si esibisce spesso in piccoli locali, affinando le doti vocali, un primo repertorio personale e conquistando qualche fan grazie ad alcune cover azzeccate che, di quando in quando, riaffiorano persino nei suoi concerti attuali: «Uno dei nostri punti di forza era un mash up tra Smells Like Teen Spirits e Billie Jean, funzionava molto bene, al punto che qualche volta mi capita ancora di suonarla dal vivo. Poi facevamo Seven Nation Army, Money e molti altri classici, sia vecchi che nuovi».

 

IL SUONO DELLA GIOVANE AMERICA

Pare quasi un sogno che si realizza quello di Bruno Mars, quando la Motown, la più importante etichetta al mondo di soul e r’n’b (bastano nomi come Stevie Wonder, Temptations, Marvin Gaye e Four Tops?), lo mette sotto contratto, mostrando di aver intuito il potenziale insito nel ragazzo di Honolulu. Sarà uno dei periodo peggiori della sua pur breve carriera, che non darà frutti apprezzabili e, anzi, lo lascerà con la sensazione di aver sprecato la grande occasione della propria vita. Non è certo il primo, né sarà l’ultimo, cui necessita una dose maggiore di tempo per mettere a fuoco il proprio talento, magari concentrandosi maggiormente sulla scrittura prima ancora che sulla presenza scenica. Un percorso simile a quello che ha consacrato un’altra giovane star, Jason De Rulo, anche lui bambino prodigio trasformatosi da autore per conto terzi a star di prima grandezza. Dopo essere stato scaricato dalla Motown Mars non si deprime e cerca di indirizzare la carriera verso altri lidi: «È stata la lezione più importante della mia vita, mi ha riportato coi piedi per terra, insegnandomi cosa serva realmente per fare breccia in questo business. Quando ho firmato con la Motown ho pensato di essere sul tetto del mondo, che il successo fosse lì a portata di mano solo in virtù della fama di quell’etichetta. A 18 però non capisci niente, sei troppo giovane e così quando mi sono trovato senza contratto mi sono detto che da lì in avanti avrei fatto le cose a modo mio». Niente di meglio che avviare una prolifica collaborazione con il bel mondo della musica pop in qualità di ghostwriter, con un team di produzione denominato The Smeezingtons, professione che Mars dimostra di saper gestire piuttosto bene, trasformandosi ben presto in un autore ricercato da chi pensa di aver bisogno di un pezzo che scali le classifiche. Alla sua porta bussano Sean Kingston, Adam Levine, Travis McCoy, Matisyahu, Sugababes, Flo Rida, Eminem e Cee-Lo Green, con cui firma quella hit pazzesca che risponde al nome di Fuck You!, che balza in cima alle charts di tutto il mondo, confermando il talento cristallino del ragazzo. «Ci sono momenti in cui è necessario usare quella parola. Il pezzo parla di quando una ragazza ti lascia per un altro e, se ci pensi bene, quale miglior espressione ti viene in mente in una situazione del genere?». Come dargli torto? Un bel vaffanculo a volte è liberatorio e magari serve anche a esorcizzare un music business che, dopo avergli fatto patire le pene della gavetta, lo sta finalmente ricompensando con la giusta moneta.

 

L’HOOLIGAN DEL POP

«Non mi prendo troppo sul serio, la vita in linea di massima è divertimento. Quando si tratta di musica però non mi piace scherzare, voglio che tutto funzioni alla perfezione perché quando la gente compra i miei dischi e ascolta le canzoni ci trova una parte di me. Questa per me è la chiave del mio successo. Un pezzo come Just The Way You Are è semplicemente una love song, che usa parole sfruttate decine di volte, ma che arriva comunque al cuore perché è genuina. Non scrivo per impressionare i giornalisti, ma dico quello che penso con le parole che mi sembrano adatte al momento».

Voilà, ecco spiegato l’arcano. I milioni di copie smerciati del debutto di Bruno Mars, Doo-wops & Hooligans del 2010 («il termine doo-wop si riferisce al mondo femminile, mentre hooligans a quello maschile, come è abbastanza ovvio»), sono il risultato di un’attenta pianificazione a monte ma pure di una manciata di singoli che hanno contribuito a rendere famoso il suo nome, facendogli guadagnare anche 56 nomination e 9 awards. Se avete una radio è praticamente impossibile che non abbiate ascoltato Grenade, Just The Way You Are o Marry You, tormentoni che hanno dominato le frequenze in nome di un pop macchiato di r’n’b – ma pure di reggae, funk e soul – paraculissimo ma di sicuro effetto. Non mancano neppure le collaborazioni ad effetto su Doo-wops & Holidays: una, The Other Side, vede la partecipazione, a effetto boomerang di Cee-Lo e di B.o.B., l’altra, Liquor Store Blues, conta sul talento di Damian Marley (ora a tempo pieno nell’avventura Superheavy con Mick Jagger, Joss Stone e Dave Stewart), figlio del compianto Bob. «Pochi sanno che alle Hawaii il reggae è molto seguito. Io stesso, da ragazzo, ho suonato in una band di quel genere e quindi mi viene naturale comporre della canzoni con quel ritmo e quel mood. Quando ho composto Liquor Store Blues ho subito pensato a Damian e gli ho dato un colpo di telefono. Detto fatto, il brano gli è piaciuto molto ed è venuto in studio a cantarlo». Il giovane hawaiano non sarebbe però un vero hooligan – e la sua storia non potrebbe definirsi un vero “american tale” di successo – se non ci fossero anche dei risvolti negativi, una sorta di percorso di peccato e redenzione come nelle migliori tradizioni. Bruno Mars non si fa mancare nulla, dunque, e il 19 settembre dello scorso anno viene arrestato a Las Vegas per possesso di cocaina, tenendo a precisare immediatamente di “essere uno stupido e di non averla mai usata in precedenza”. Il giudice mostra benevolenza verso il giovane cantante e cancella addirittura l’arresto e la condanna dalla sua fedina penale dopo il pagamento di una multa di 2000 dollari e 200 ore di servizi sociali. La favola del piccolo Elvis può continuare, tra una pioggia di Grammy (secondo solo all’idolo Eminem), concerti sold out un po’ ovunque e vendite milionarie che gli consentono di creare una base solidissima per un futuro che si preannuncia radioso. Qui in Italia, come spesso succede, il fenomeno Bruno Mars non è ancora esploso in tutta la sua potenza, ma pare questione di attimi o forse solo del singolo giusto in programmazione radio.

 

 

TEEN POP

Mai come negli anni Duemila abbiamo sentito parlare di teen pop, musica commerciale per adolescenti, detta in maniera brutale, un fenomeno che non solo produce quantità industriali di suoni facilmente assimilabili per giovani ascoltatori, ma che cerca soprattutto di creare personaggi e idoli per una fascia di ragazzi e ragazze che cercano con appetito bulimico nuovi personaggi su cui proiettare le proprie aspirazioni di fama. Come tutte le categorie o le definizioni giornalistiche, all’interno del cosiddetto teen pop è possibile trovare un po’ di tutto, dai cantanti prefabbricati dei talent show televisivi – in Italia pensiamo al ricambio annuale dei vari X Factor, Amici, Star Academy – a veri e propri artisti che, fin da bambini, mostrano una professionalità e un’attitudine degne di artisti consumati. E se, ripercorrendo la storia della musica popolare, viene facile pensare a giovanissimi talenti come Frank Sinatra o Paul Anka negli anni Quaranta, ai leggendari Jackson 5 (soprattutto Michael), alle famiglie canterine americane come Partridge Family o gli Osmonds, è soprattutto dalla fine degli anni Ottanta che il fenomeno prende una piega ben precisa: si va dalle boy o girl band come Spice Girls, New Kids On The Block e Backstreet Boys, al vivaio della Disney (il famoso Mickey Mouse Club) che fornisce autentici idoli dei ragazzini come Britney Spears, Christina Aguilera o lo stesso Justin Timberlake, passato attraverso gli N’Sinc fino ad arrivare a una carriera musicale e cinematografica di tutto rispetto. E, nonostante una saturazione oggettiva del mercato, invaso da stelle e stelline adolescenziali o poco più, la televisione continua a fornire materiale per i ragazzi di oggi, legati a trasmissioni come High School Musical, Glee o Camp Rock, ma senza scordarsi di spingere artisti e talenti come Usher, Jason DeRulo, Hannah Montana, Jonas Brothers, Justin Bieber, Taylor Swift e moltissimi altri che popolano le zone alte delle chart di mezzo mondo. Un ricambio generazionale che non cessa di stupire e che mostra come, spesso, la formula magica per il successo sia una questione di attenta miscela a tavolino degli ingredienti. Altro che gavetta, sudore e furgoncini scassati…

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