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Caparezza presenta Museica: «È l’album della svolta»

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Caparezza presenta il suo sesto album Museica, in uscita il 22 aprile. E spiega perché segni una svolta nella sua carriera.

«È un album immaginifico. Per la prima volta parlo di immaginazione e creatività». Con queste parole Caparezza, al secolo Michele Salvemini, giovane quarantenne di Molfetta, presenta il suo sesto album Museica, in uscita il 22 aprile. Un viaggio folle e lucido, profondo e immediato, in un universo di visioni cantate, narrate, spiegate dal cantautore pugliese, artista sempre più a tutto tondo.

Museica, come spiega Caparezza, «è il mio museo, la mia musica: lo considero come un nuovo “primo” disco, essendone per la prima volta produttore artistico. È un album ispirato al mondo dell’arte, l’audioguida delle mie visioni messe in mostra: ogni brano prende spunto da un’opera pittorica che diventa pretesto per sviluppare un concetto. Non esiste una traccia che possa rappresentare l’intero disco perché non esiste un quadro che possa rappresentare l’intera galleria. In pratica questo album, più che ascoltato, va visitato».

E non a caso, come molta musica di Caparezza, la qualità di Museica esce dopo qualche ascolto. Alcune tracce colpiscono già da subito, ma altre hanno bisogno di un po’ di tempo per crescere e svelare il loro reale potenziale. Che è tanto.

Museica è un concept album, cosa rara di questi tempi che vedono un ritorno di prepotenza del valore dato ai pezzi singoli sui dischi. È quindi anche una scommessa. Nessun altro probabilmente oggi in Italia avrebbe avuto il coraggio di incidere 18 tracce per circa 70 minuti di ascolto (l’equivalente di due vecchi LP). Qui sta la follia di Caparezza. Dove sta allora la lucidità? Solo il tempo potrà dire se Michele ha avuto ragione a mettersi tanto in gioco, ma decidere di non seguire le mode è già una grande prova di utilizzo della razionalità, oltre che del cuore. E il fatto stesso che si possa parlare di gioco dà l’idea del divertimento e della passione che Caparezza riesce a mettere in tutto ciò che fa.

Non è facile spiegare cosa sia Museica. Ma per darvi un’idea, si tratta di uno dei lavori più ambiziosi e impegnativi della musica italiana degli ultimi anni. Una sfida vera. Se dovessimo fare un paragone, si potrebbe dire che equivale in qualche modo a Creuza de mä di Fabrizio De André. Non cadete dalla sedia. Non si tratta di un accostamento qualitativo, ma concettuale. Come quel capolavoro del 1984 segnò indelebilmente la carriera di Faber (ed era una vera scommessa artistica per il suo autore), questo album è per Caparezza il punto di non ritorno.

«Mi aspetto che questo album sia uno spartiacque nella mia carriera», dice il cantautore su Museica. «È un disco vero, nel quale ho voluto curare anche la copertina, che è il dipinto di un pittore: dopo due giorni passati a parlare con me è venuto fuori questo. È la mia psiche». L’obiettivo? «Che sia ascoltato più di una volta».

Caparezza è uno dei cantanti meno categorizzabili della musica italiana. Rap? Non proprio. Pop? Pochino pochino. Indie? Sì, ma a suo modo. Forse, come ammette per primo, basterebbe definirlo cantautore. E il suo modo di stare sul palco (altro tema: sarà interessante capire come vorrà proporre questo album dal vivo nel prossimo tour) ricorda «il teatro canzone». Che poi in Italia significa Giorgio Gaber. E non a caso le sue sono davvero canzoni di una persona che osserva la realtà con uno sguardo curioso. È ambizioso scrivere e pubblicare un album come Museica, ma è anche vero che Caparezza è un artista vero, perché più che scrivere di quello che gli sta intorno, canta di ciò che gli sta (e magari non riesce a tenere) dentro.

«A me dell’arte interessa il punto di vista dell’artista sulla realtà, per questo associo ogni canzone di questo album a un quadro o a una corrente artistica successiva all’avvento della fotografia», spiega il cantante. «Prima i pittori provavano a dipingere la realtà, dopo hanno dovuto spiegare quale fosse la loro realtà, cosa vedessero loro, e così sono venute fuori l’impressionismo, l’espressionismo, il dadaismo e via dicendo». Nulla di didascalico però, tiene a sottolineare. Al massimo un paio di canzoni sono «didattiche, ma non sono certo un esperto d’arte».

Il viaggio che propone Caparezza nella sua musica è complesso, non è scontato e per certi versi è di difficile fruizione. Ma può dare grandi soddisfazioni, perché le sue canzoni sanno far riflettere. E sono faticose, nel senso che costano un impegno che poi sa ripagare la fatica impiegata. Non a caso, per sua stessa ammissione, sta iniziando a pensare di trasformarsi in produttore, «perché non potrò sempre avere questa energia». Ma smettere di scrivere no. Ne dubitiamo. C’è troppa bellezza in mezzo a (quella) Capa.

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