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Charlie Rapino ha perso un amico

Le mie mattine si aprono con un senso di down. Il mio pranzo all’Ivy del venerdì con i colleghi è molto solitario: sguardo perso nel vuoto, ho perso il mio migliore amico (Life, autobiografia di Keith Richards), due settimane fa e sto ancora cercando di rimettermi dalla perdita. Ho centellinato la lettura, pagina dopo pagina, paragrafo dopo paragrafo, riletto alcuni capitoli due o tre volte cercando di non terminare il libro, non volevo vedere la fine. La sera a casa, magari dopo il golf, sapevo che avrei ritrovato Zio Keith a raccontarmi i suoi segreti, le sue storie, le sue droghe, le sue fighe, di come gestiva il tracollo personale mentre scriveva Exile On Main Street (quasi tutto il libro ruota intorno a Exile). Le giornate scorrono lentissime, la mia vita fa schifo sono in cold turkey. La prima volta che ho incrociato Keith era in camera di un certo Giampaolo – chiamami se sei in giro – eravamo entrambi due “military brats”, lui aveva 14 anni e io 4; aveva un poster dei Rolling in camera e gli chiesi: «Ma chi è quello lì con quella faccia da spostato?». «Cazzo, quello è Keith!» . Keith divido con te un compleanno e 46 anni…

Devo svegliarmi reagire e quindi ecco il vecchio Montezemolo che mi illumina, l’unico altro maschio che campeggiava assieme a Keith tra le varie foto di Bardot e Marylin sul muro della mia cameretta con tanto di foulard e Ferrari (i miei compagni tanto per dire avevano i calciatori e i cantautori… che stronzate). Mi chiede perché non vado a divertirmi con quel bolide che mi sono preso: esco dal negozio al volante di una fiammante Fiat Abarth SS e mi sparo un viaggio da Londra a Villefranche Sur Mer in Costa Azzurra. Exile è stato registrato lì nella villa di Keith. Lo sento di fianco a me mentre ascolto l’audiolibro sull’iPod assieme a Exile con la Abarth a palla: parliamo di gnocca, musica, macchine e di quanto Mick gli fa girare le palle. La Abarth è molto “Rolling Stones”, piccola cattiva ed efficiente al punto giusto, Keith Richards la preferisce alla Flying Spur e facciamo a turno a guidare. Siamo rincorsi dalla polizia di tutta Europa perché quando guida lui è una bestia, ha già fatto quattro testacoda da terrore. La SS vola più del Porsche, siamo due fottuti fuorilegge ma non c’è problema, il principe Loewenstein ha già chiamato gli avvocati, siamo al di là della legge; ci fermiamo da Byblos e lì rimorchiamo Kate e Sienna, a Nellcote (la villa di Keith a Villefranche) ci aspettano Bobby Keys e Gram Parsons. Exile va a palla sullo stereo sulla litoranea da Saint Tropez verso Montecarlo, Kate e Sienna sul sedile dietro ridono e mostrano il dito medio ai Ginkos che ci rincorrono con le loro DS.

Ecco cos’è il mio amico Keith, ecco il rock’n’roll, ecco Exile: non conta il cosa, ma il come. I dischi di Keith non sono musica, ma manifesti sociosessuali e valgono tutta la discografia italiana degli ultimi 50 anni a parte Morricone. Quando arriviamo a Nellcote, c’è la polizia di mezzo mondo; blocco l’Abarth e lasciamo che Kate e Sienna parlino a “les gendarmes”, Keith non li degna di uno sguardo e entriamo direttamente in studio. Il suo sguardo mi conferma che la sfangheremo e Jimmy Miller, il produttore, dice : «Charlie Watts non c’è, prendi le bacchette e suona tu la batteria. Il pezzo si chiama Happy». Altro che democrazia, altro che Repubblica, altro che Vasco, altro che Morgan…

 

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