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Cosa hanno pensato sette addetti ai lavori dopo l’attentato al Bataclan

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Un evento più di ogni altro ha segnato il 2015 dei concerti. Purtroppo, siamo costretti ad aggiungere. L’attentato al Bataclan di Parigi ha portato con sé 93 morti e un senso di insicurezza diffuso in tutta Europa, a maggior ragione in chi la musica la vive se non quotidianamente, con una certa frequenza. Noi di Onstage quella sera eravamo impegnati a seguire tre concerti contemporaneamente e come noi molti altri giornalisti, promoter, manager, tecnici e uffici stampa. E molti di più erano i fan presenti ai concerti sparsi in tutta Italia che quella sera, tornati a casa, hanno avuto tutti un uguale pensiero di tristezza e di smarrimento. Abbiamo chiesto a sette addetti ai lavori quale sia stato il loro primo pensiero dopo aver saputo degli attacchi al Bataclan.

Walter Mameli – manager e produttore di Cesare Cremonini
«Quella sera c’era il primo dei due concerti di Cesare al Forum di Milano. Io l’ho saputo a concerto finito quando siamo andati nei camerini, sia io sia Cesare, probabilmente come il resto del pubblico. La sensazione è stata di choc, come quando accadde alle Torri Gemelle. In quei momenti pensi di essere l’ultima delle cose importanti del mondo, visto che fai musica. Abbiamo riflettuto, avendo un concerto la sera dopo, come poter andare sul palco. Poi certo si razionalizza e si metabolizza. L’unica cosa che dissi a Cesare prima del secondo concerto è stata “non ti invidio per nulla”. Non è stato in dubbio il fatto di salire sul palco, ma certamente c’era un’atmosfera di un certo tipo».

Mimmo D’Alessandro – fondatore di D’Alessandro e Galli
«Sono stato colto di sorpresa. Ero incredulo. Per me era ed è impensabile che la musica possa aver subito qualcosa del genere. Ero sconvolto, deluso, preoccupato. Ma incredulo credo sia la parola più corretta. Non pensavo che la crudeltà potesse arrivare a toccare la musica. La musica non si può toccare. La musica è il sole, come fai a pensare di non vedere più il sole? La vita non può essere senza musica, e viceversa. Non avrei mai pensato che un essere umano potesse arrivare a tanto».

Roberto De Luca – presidente di Live Nation Italia
«Il primo pensiero è stato una profonda e infinita tristezza. Poi purtroppo uno deve razionalizzare e pensare al suo lavoro e quindi a capire quali possano essere le ripercussioni, e nel nostro caso la sera successiva avevamo alcuni concerti e uno di questi, quello dei Foo Fighters a Torino, abbiamo dovuto annullarlo».

Claudio Trotta – fondatore di Barley Arts
«Credo fossi a casa in quel momento. La prima cosa che ho pensato è se fossero coinvolti amici che conosco. Poi certo si inizia a ragionare su quello che comporti un caso del genere e quale possa essere la deriva di tutto questo. Ed è molto problematica. Ho visto tre concerti nei tre giorni successivi e l’aria era molto pesante. Poi però interviene un altro aspetto, e cioè il fatto che bisogna vivere. Ora naturalmente però bisognerà affrontare ancora più seriamente le problematiche relative alla sicurezza».

Stefano Dal Vecchio – direttore di produzione, Barley Arts
«Quella sera ero a casa, ho cambiato canale per caso e ho visto la diretta. E il mio primo pensiero è stato “cazzo, potevo essere io”. Perché faccio sia concerti più grossi sia quelli di medie dimensioni e loro hanno preso di mira un gruppo medio-grosso. Poi il secondo pensiero da addetto ai lavori è stato istintivamente rivolto a chi poteva essere stato coinvolto, oltre agli spettatori: per esempio, ho pensato al driver del bus, che si sveglia sempre mezz’ora prima della fine del concerto ed entra per aspettare la fine. Ho mandato qualche messaggio ad amici e colleghi che avrebbero potuto essere lì. Poi ho anche ricordato che mi era capitato di vedere alcuni concerti a Mosca quando sono stato lì per una ventina di giorni per lavoro. Mi colpì il fatto che ci fossero i metal detector, ma soprattutto i divieti relativi oltre a fotocamere e videocamere anche a pistole e fucili. Allora mi sembrava una cosa assurda».

Danilo Zuffi – direttore di produzione, Live Nation Italia
«Innanzitutto c’è stata una grande tristezza. Poi ho pensato che se questi iniziano ad attaccare una sala da concerti allora non c’è più nessun luogo sicuro. E non pensiamo che al Bataclan non ci fosse una sufficiente sicurezza, in Francia sono attentissimi così come lo siamo noi. Purtroppo è successo e questo ci impone delle riflessioni: alcune che competono ai grandi scenari internazionali, altre invece sulle quali dobbiamo ragionare noi addetti ai lavori, nello specifico dei concerti».

Riccardo Vitanza – fondatore ufficio stampa Parole e Dintorni
«Il primo pensiero in generale è stato che non siamo sicuri da nessuna parte, anche se è una cosa che in parte percepivo perché mi informo, conosco il mondo arabo, amo viaggiare e quindi era una cosa che avevo già in mente. Però con il Bataclan c’è stata la consapevolezza definitiva che il rischio è ormai ovunque e non più solo nei posti dove si fa politica, ma anche in un locale. È successo a Parigi, ma poteva essere anche a Roma o Milano. Poi il secondo pensiero è stato il timore che un atto del genere possa arrivare a minare la sicurezza delle persone al punto di far smettere di uscire la sera, andare ai concerti e divertirsi. Dobbiamo iniziare a pensare che in questo mondo globalizzato purtroppo esistono anche queste azioni di terroristi che però, non dimentichiamolo, agiscono nei loro stessi Paesi. E bisogna sempre tenere a mente che non c’è nulla di relativo alla religione in queste persone».

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