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Cosa dobbiamo imparare da chi organizza concerti all’estero

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di Redazione
Foto di Foto di Francesco Prandoni - Interviste di Alvise Losi

Ci sono tanti stereotipi e frasi fatte che circolano sui concerti in Italia e uno di questi è che dovremmo imparare dall’estero, dove le cose si fanno e si faranno sempre e comunque meglio. È un male comune di questo Paese lamentarsi e sostenere che comunque vada, non siamo sufficientemente bravi e mai lo saremo, non solo nel settore della musica, ma anche in molti altri. Per quanto riguarda i concerti, i principali difetti sono (sarebbero) le strutture, i servizi, le modalità di accesso agli eventi, e chi più ne ha più ne metta. Ma quanti italiani che si lamentano hanno davvero avuto l’occasione di assistere a un grande o a un piccolo concerto all’estero? Abbiamo chiesto a sette addetti ai lavori cosa pensino del gap che c’è tra l’estero e l’Italia nell’ambito della musica live. Ammesso che ci sia.

Walter Mameli  – manager e produttore di Cesare Cremonini
«Io sono un grande appassionato di calcio e devo dire che abbiamo molto da imparare. Quando sono andato a vedere il Chelsea a Londra sono rimasto impressionato da quello che vedi allo stadio. In Germania mi è capitata la stessa cosa ai Mondiali. E al Camp Nou gli ingressi e le uscite pensati in modo che non ci siano le code. Sui concerti invece sono meno preparato, perché non so se all’estero la situazione sia realmente migliore. Posso solo dire che il nostro livello attuale è molto buono. Lavoriamo con strutture e professionisti di grande rispetto e serietà. Ce ne si accorge quando si supera un determinato livello e da quel momento in avanti si percepisce che se una persona è lì c’è un motivo, e questo è legato alla sua professionalità. E io sono una persona che fino a qualche anno fa doveva camminare in maniera più elastica. Il modo di lavorare italiano è invidiabile».

Mimmo D’Alessandro – fondatore di D’Alessandro e Galli
«Io non sono per nulla d’accordo: non dobbiamo imparare niente da nessuno perché siamo i più bravi al mondo. Io sono convinto che se un americano venisse in Italia non riuscirebbe ad organizzare un concerto, mentre se noi andassimo negli Stati Uniti o in Inghilterra lo potremmo fare a occhi chiusi. Qui è tutto molto più difficile che all’estero. Nel nostro Paese va tutto a interpretazione: la burocrazia è un problema gravissimo anche perché in ogni città le cose funzionano in modo diverso. Noi, e non parlo della D’Alessandro e Galli ma di tutta la categoria, siamo i migliori al mondo. Se c’è una cosa nella quale dovremmo migliorare, ma non dipende da noi, sono le strutture. È possibile che a Roma, nella capitale d’Italia, non ci sia una vera struttura indoor per concerti? Poi all’aperto invece siamo capaci di inventare, perché abbiamo un patrimonio unico, ma anche lì si tratta di adattarsi, come all’Arena di Verona o da noi a Lucca in piazza Napoleone, non certo di qualcosa di creato appositamente».

Roberto De Luca – presidente di Live Nation Italia
«Siamo tra i migliori del mondo. Con la Germania per esempio c’è una grande differenza, ma a nostro favore. Credo che non abbiamo molto da invidiare a nessuno. Questo per quanto riguarda la questione organizzazione. La vera grande differenza in molti casi mi sembra sia la mentalità del pubblico. Noi per anni abbiamo provato a organizzare un festival, ma alla fine il pubblico italiano è diverso da quello inglese o tedesco: gli italiani seguono un artista, non hanno il piacere di fermarsi per tre giorni nello stesso posto e ascoltare musica di vario genere e di tanti artisti».

Claudio Trotta – fondatore di Barley Arts
«Penso che le mancanze dell’Italia rispetto ad altri Paesi siano strutturali. Non esistono sale da concerti dedicate che non siano quelle originariamente pensate per la musica classica. A livello pubblico non c’è nulla: parliamo sempre di stadi riadattati, di palazzetti dello sport riadattati e poi invece qualche club come l’Alcatraz a Milano che però è privato. Ma sulle grandi capienze non c’è nulla. Mancano anche le strutture educative adeguate: in Italia non si forma e informa, non si insegna la cultura della musica. E non mi riferisco tanto alla cultura dei libri o alla conoscenza del pentagramma, ma alla cultura dei mestieri e delle professionalità legati alla musica. Non abbiamo invece nulla da imparare e al contrario abbiamo molto da insegnare sulla sicurezza delle strutture, perché siamo uno dei Paesi più sicuri del mondo. Quando vado all’estero mi rendo conto di come siano meno sicure le loro strutture. Non siamo inferiori al mercato straniero come qualità, ma credo che il nostro mercato sia dettato più che altro da questioni di mode o di fan, nel senso che è difficile trovare una stessa persona che vada sia a un concerto di pop sia a uno di hard rock. E poi il sistema radiofonico, che passa sempre le stesse canzoni, di certo non aiuta. Comunque a fronte di una cultura musicale bassa, abbiamo ottimi servizi».

Stefano Dal Vecchio – direttore di produzione, Barley Arts
«Bisogna imparare tanto dal mondo britannico, ma anche da Belgio e Olanda, per quanto riguarda soprattutto i festival. Però mi concedo di dire che dal punto di vista del pubblico non abbiamo nulla da invidiare. All’estero c’è una cura per i dettagli che spesso da noi manca, però a loro favore hanno un humus sociale e territoriale che glielo permette. La legislazione dello Stato gli consente per esempio che la strada per andare al festival sia chiusa e possano passare solo le persone e i mezzi di soccorso. E le ville di chi abita sulla strada spesso tengono i cancelli aperti e i residenti invece di lamentarsi come fanno da noi vendono salsicce e birre. Però dal punto di vista della sicurezza non abbiamo nulla da invidiare».

Danilo Zuffi – direttore di produzione, Live Nation
«Chi investe sulla musica sa che c’è un differenziale, ma principalmente nei confronti degli Stati Uniti, dove in quanto a tecnologie sono avanti di alcuni anni. Ma se parliamo di livello medio di organizzazione e produzione, in Italia c’è un’altissima qualità. Dovremmo smettere di guardare sempre all’estero pensando di essere sempre in difetto. E poi devo dire che ormai siamo abituati a organizzare grandi eventi di artisti al massimo livello, e quando dall’estero vengono qui non hanno mai nessuna critica da muoverci».

Riccardo Vitanza – fondatore ufficio stampa Parole e Dintorni
«Sicuramente dobbiamo imparare, ma dobbiamo anche insegnare. L’Italia è un Paese di eccellenze in tanti settori e anche nella musica abbiamo le nostre eccellenze. Per esempio nell’ultimo tour di Ligabue tutta la produzione era completamente italiana, e si trattava di un qualcosa di livello internazionale. È chiaro che gli americani fanno cose che a volte appaiono ancora più grandi, ma è anche una questione di budget: se hai un tour mondiale e sai già che farai 100 date in tutto il mondo, potrai permetterti una struttura diversa. Ma in Italia abbiamo grandi eccellenze».

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