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Il (meraviglioso) discorso di Dave Grohl al keynote speech del festival South by Soutwest

Dave Grohl Florence Glastonbury

Ci voleva una grande personalità della musica per raccogliere il testimone da Bruce Springsteen come keynote speaker del South By Southwest, rinomatissimo festival di Austin (capitale del Texas) nato nel 1987. Nel 2012, fu il Boss a stregare la platea e i milioni di persone che videro in diretta o in differita il suo discorso: per ottenere un simile risultato ci voleva non un grande musicista, non un grande artista. Ci voleva una grande, anzi un enorme uomo. Ci voleva Dave Grohl.

«Ho avuto il grande onore di essere invitato qui per condivere con tutti voi quello che so della musica. Bene, cosa so della musica? So che i musicisti vengono prima di tutto il resto». Il discorso del leader dei Foo Fighters, intenso, a tratti commovente, è stato una lezione di vita per tutti coloro che fanno musica. Partendo dalla sua adolescenza, con i primi dischi e i consigli del padre, Dave ha continuamente ribadito l’importanza di concetti come “libertà”, “indipendenza”, inevitabilmente connessi all’idea che ogni musicista debba trovare la propria voce – intesa come espressione della propria personalità – prima di qualunque altra cosa.

Ecco alcuni passaggi fondamentali del keynote speach e il video dell’intero discorso.

Dave Grohl, il discorso di Austin

«È stata la mia prima chitarra, insieme a un libro di canzoni dei Beatles a indirizzare la mia vita nell’unica strada che ho seguito. (dice «one direction» alludendo chiaramente alla boy band inglese). La musica divenne la mia religione, il negozio di dischi la mia chiesa, i musicisti i miei santi e le canzoni i miei inni. La Virginia non era proprio una fucina di rockstar ma non m’importava sapere che la carriera musicale fosse impensabile: avevo trovato la mia voce, ed era sufficiente. Non c’era nessuno che mi dicesse se la mia voce era giusta o sbagliata e quindi per me non c’era nessun “giusto” e nessun “sbagliato”».

Dopo aver mostrato in che modo componesse le sue prime canzoni, Grohl ha poi raccontato del viaggio a Chicago che gli ha cambiato la vita. Merito della cugina più grande Tracy, «una fottuta punk rocker» che immediatamente divenne l’idolo del piccolo Dave. Il suo primo eroe. Lei gli fece ascoltare dischi di band come Bad Brains, Black Flag, Ramones e decine di altri. E lo portò al suo primo concerto, di una punk band di nome Naked Regan. «Ero in paradiso! Non ero più uno di “noi”, ero uno di “loro”. Della scena punk mi colpì la totale indipendenza dalle logiche delle multinazionali, la possibilità di operare in modo autonomo. A 13 anni avevo capito che potevo avere la mia band, scrivere le mie canzoni, incidere i miei dischi, promuovere i miei show, pubblicare la mia fanzine, vendere le mie t-shirt. Potevo fare tutto questo da solo. Non c’era giusto o sbagliato, perchè era tutto mio».

«Volevo essere parte di una rivoluzione, di una ribellione, ma probabilmente stavo solo cercando di salvare la mia vita. Ho passato anni a dormire sul palco, per terra nei locali, sotto il palco – quando dormivo. È stato in quel periodo che ho sentito le cinque parole che hanno letteralmente cambiato la mia vita: “Have you heard of Nirvana?”. Non avevano un batterista e così mi sono fiondato. Suonavamo e basta. Non c’era sole, non c’era luna, c’era solo la musica. Comunicavamo tra di noi senza parlare. Eravamo tre persone orgogliose dei propri difetti che suonavano come se tutta la loro vita dipendesse da quella musica. Nessuno ci disse mai come suonare o cosa fosse giusto o sbagliato. Era la nostra musica. Kurt diceva che saremmo diventati la più grande band del mondo. Ma io ridevo, pensavo che scherzasse!».

«Come conciliare l’enorme successo che colse i Nirvana con quel sentimento anarchico da punk rocker che sentivo dentro? Cosa diventa a quel punto il successo, come si definisce? Significa fare una canzone dall’inizio alla fine senza commettere neanche un errore? Significa solo trovare quell’accordo che ti fa passare tutti i problemi? Il senso di colpa è un cancro. Ti distrugge come artista. È un buco nero. Non c’è senso di colpa nella prima canzone che scrivi, non c’è “giusto” o “sbagliato”. Sei sempre quella persona: il musicista. Il musicista viene prima. Si fotta tutto il resto. Per questo penso che Gangnam Style è una delle migliori canzoni scritte in decenni!» (Naturalmente la frase di Dave su PSY ha scatenato risate in sala, ndr).

«Nessuno può dire quale sia una bella voce. The Voice (qui Dave si riferisce al talent show, ndr)? Ve lo immaginate Bob Dylan che canta Blowin’ In The Wind di fronte al giudice Christina Aguilera? (risate dalla platea, ndr). È la tua voce. Rispettala. Nutrila. Sfidala. Gridala».

«Quando Kurt morì ero perso. Ero intorpidito. La musica, a cui avevo dedicato la mia vita, mi aveva tradito. Non avevo più voce. Ho spento la radio, ho messo via la mia batteria. Non potevo sentire nessuno cantare di dolore, di gioia. Ma poi mi sono ricordato del giorno dell’Indipendenza, il 4 luglio 1983. E ho iniziato la mia rivoluzione. Sono andato in studio per circa 6 giorni con del caffè forte. E mi sono rimesso al lavoro. 14 canzoni in 6 giorni, suonando tutti gli strumenti. Andavo dalla batteria, alla chitarra, alla macchina del caffè, al basso, al microfono della voce, alla macchina del caffè, di nuovo alla batteria, e di nuovo alla macchina del caffè. Senza nessuno che mi dicesse cosa era giusto e cosa sbagliato. La stessa one-man band di vent’anni prima, e anche di vent’anni dopo. Feci questa cassetta e la chiamai Foo Fighters, e la gente pensò che fosse un gruppo. La diedi agli amici, ai parenti, alla gente. Per me era una demo, un esperimento, una terapia. Loro credettero che fosse un album. Non avevo neanche una band! Allora chiamai un po’ di amici e, ricordate cosa ho detto? Il musicista viene prima di ogni altra cosa. Ho fondato la mia etichetta, la Roswell Record e infatti voi state fissando il presidente di una casa discografica (ride, ndr)! Così, come quando avevo 13 anni, capii che potevo fare tutto da solo: potevo avere la mia band, scrivere le mie canzoni, incidere i miei dischi, promuovere i miei show, distribuire i miei dischi, vendere le mie t-shirt. E non c’era giusto o sbagliato perchè era tutto mio. Perchè io ero il musicista e il musicista viene prima. Sono il miglior batterista al mondo? Certamente no. Sono il miglior autore di canzoni? Ma neanche in questa cazzo di stanza! Ma sono stato capace di trovare la mia voce».

«Recentemente ho diretto il documentario sui Sound City Studio di Los Angeles. Nel film non abbiamo raccontato la storia di questo “magico buco di culo” ma dell’importanza dell’elemento umano. Adesso le nuove tecnologie rendono più facile per i ragazzi iniziare ad avere una band e fare tutto da soli. Le mie figlie guardano i miei vinili e chiedono “cosa sono quelli?” e io rispondo “tutta la discografia dei Beatles!”. Gli sto facendo il lavaggio del cervello, lo so. Per ora giocano con le copertine, le aprono, le guardano. Ma da padre orgoglioso quale sono, spero che un giorno loro abbandonino questi supporti e capiscano che il musicista viene prima, e che possano trovare le loro voci, diventare qualcuno come i Beatles, iniziare una rivoluzione o salvare la vita di qualcuno o diventare l’eroe di qualcuno. Ma in fin dei conti, cosa ne so io?».

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