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David Bowie e il cinema: storia di un amore che non ha generato nessuna rivoluzione

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«I’m stiff on my legend, the films that I made», «Sono prigioniero della mia leggenda, dei film che ho fatto». È il 1973. David Bowie, a 26 anni, è pronto a buttarsi nel mondo del cinema, dopo aver già cambiato per sempre quello della musica. A capofitto, senza remore né inibizioni, come sempre si conveniva al Duca Bianco. E il testo di Cracked Actor, quinta traccia di Aladdin Sane, il suo sesto album in studio, anticipa l’inizio di una carriera cinematografica costellata di originalità e di stranezze spaziali (ogni riferimento alla celeberrima Space Oddity non è casuale).

Un rapporto, quello tra l’artista che rifiutò il titolo di Baronetto e il cinema, che poteva essere diverso: più florido, più composito, più radicale. E invece si è esaurito in una schiera di titoli sicuramente ricercati ma non sempre efficaci, nei quali Bowie ha fatto di tutto, dall’alieno al vampiro. Ogni volta ha indossato una maschera diversa riuscendo comunque a essere sempre se stesso. D’altra parte chi era David Bowie se non un assoluto, continuamente diverso ed eternamente uguale. Come disse lui una volta: «Sono un attore, recito una parte, frammenti di me stesso». Un uomo attore nella vita e un attore che qualsiasi cosa faccia rimanda in continuazione all’uomo al di fuori della finzione. Un gioco di specchi nel quale Bowie è rimasto talvolta cinematograficamente intrappolato. E così, scorrendo la diverse sfaccettature del suo rapporto, diretto o indiretto, con il cinema si capisce che se il Duca Bianco nel corso dei decenni ha rivoluzionato e reinventato più volte la musica rock non è riuscito a fare lo stesso con la settima arte. Pur regalandoci momenti indimenticabili.

MODERN LOVE – Primo, indiscutibile, tassello del rapporto tra Bowie e il cinema: l’amore incondizionato del Duca Bianco per il grande schermo. Il piccolo David Robert Jones (nome col quale Bowie era registrato all’anagrafe britannica) sgattaiolava in sala favorito dalla mamma, Margaret Mary Burns, che lavorava come cassiera presso un cinema. L’amore sarà spesso reciproco. Nel 1973 ecco un documentario su di lui, Cracked Actor, che ne anticipa il vero e proprio esordio attoriale.

https://www.youtube.com/watch?v=q1BB7jUt4sA

SPACE ODDITY – L’idea di affidare un ruolo di primo piano a Bowie è di Nicholas Roeg, regista cantore della diversità. I suoi protagonisti sono sempre uomini incapaci nell’intrattenere relazioni comuni con i propri simili. O dissimili, come nel caso di L’uomo che cadde sulla terra (1976). Bowie interpreta un alieno arrivato sulla Terra per cercare acqua. Un ruolo al quale il Duca era già avvezzo, visto che spesso e volentieri si esibiva nei panni di un alieno umanoide.

SCARY MONSTERS (AND SUPER CREEPS) – La carriera di Bowie come attore è composta per lo più da stranezze e personaggi bizzarri. Due casi su tutti: il vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte e il re dei Goblin di Labyrinth (di cui tra l’altro firma anche la colonna sonora). Nel primo caso in particolare viene utilizzato come provocazione sessuale, simbolo di un rapporto nel quale ogni tanto il Duca Bianco è stato un po’ “raggirato” a sua insaputa, il suo corpo e la sua immagine androgina sfruttati senza troppe remore.

HEROES – Più volte durante gli anni vennero addebitate simpatie naziste a David Bowie, in particolare a causa di alcune dichiarazioni forse mal riportate o magari incomprese tipo “Hitler è stata la prima rockstar” e gesti sospetti durante il periodo trascorso a Berlino (con tanto di saluto a braccio teso dopo un concerto). E c’è anche chi ha visto dei riferimenti alle teorie nietzschiane del super uomo in “Heroes”. Va beh. In ogni caso, il cinema più o meno volutamente ironizza su questo aspetto della vita del Duca Bianco e in Gigolò di David Hemmings, ambientato dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, prima lavora nel bordello della Baronessa Marlene Dietrich (la star che disse no al Fuhrer) e poi viene idolatrato come un eroe dal Terzo Reich.

BLACKSTAR – Martin Scorsese, John Landis, David Lynch, Ben Stiller, Cristopher Nolan. Sono alcuni dei registi che hanno voluto nei loro film David Bowie. Ma si tratta quasi sempre di veloci comparsate, come nel caso di Twin Peaks: fuoco cammina con me o in Zoolander dove interpreta se stesso. Il Duca non ha certo paura di buttarsi e sperimentare e così gli capita anche di interpretare Andy Warhol in Basquiat e nientemeno che Ponzio Pilato ne L’ultima tentazione di Cristo. È in quel frangente che conosce a fondo Scorsese, che lo definirà “uno dei più straordinari artisti mai conosciuti”.

REBEL, REBEL – L’unico esempio di capolavoro cinematografico nel quale è coinvolto Bowie, nonostante in molti ritengono sia Absolute Beginners (del quale il Duca scrive anche la colonna sonora), è in realtà Furyo di Nagisa Oshima. Bowie è un ufficiale confinato in un campo di concentramento giapponese. Il bacio tra lui e il comandante, interpretato dal musicista Ryuichi Sakamoto, è il momento più memorabile della filmografia di Bowie, summa del personaggio ma anche dell’attore e dell’uomo.

LET’S DANCE – Bowie non si è fermato al cinema ma ha provato qualche comparsa anche nella tv e nell’animazione. Sì, perché lui non era né snob né monolitico, tutt’altro. Ecco allora che nel corso degli anni appare nella serie tv horror The Hunger, fa la voce narrante nel cartone animato Il pupazzo di neve, scrive la colonna sonora di Spongebob e “compare” in una puntata dei Simpson in compagnia di Homer.

THE NEXT DAY – Anche se la sua ultima apparizione cinematografica è datata 2009 con il cammeo in Bandslam, il cinema non si era certo dimenticato di Bowie. Tanto che James Gunn lo aveva chiamato per farlo apparire nel sequel del film Marvel I guardiani della galassia (e ci risiamo con gli alieni e le space oddity…) In sua assenza, un membro della sua famiglia potrà proseguire l’avventura nel cinema. Già, perché per chi non lo sapesse Duncan Jones, il regista del bellissimo dramma fantascientifico Moon, è suo figlio.

LIFE ON MARS – La rivoluzione di David Bowie sul grande schermo non è mai avvenuta. Ma il Duca ha scritto pagine meravigliose di cinema anche, e forse soprattutto, in maniera indiretta. L’esempio più clamoroso è Velvet Goldmine di Todd Haynes, che rilegge la sua storia anche senza le incisioni originali delle sue canzoni che lo stesso Bowie aveva negato. Riletture e citazioni, ovviamente soprattutto musicali, non si contano. Ci sono serie, come Life On Mars, che prendono addirittura il nome da una sua canzone.

David Bowie non sarà stato un eroe del cinema, ma un artista coraggioso di sicuro sì. E non solo per un giorno.

 

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