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Ch-ch-changes, la storia di David Bowie nelle sue trasformazioni

Dopo aver commentato il suo ritorno discografico, The Next Day, spasmodicamente atteso per diverse settimane dopo l’annuncio, e di visitare la mostra retrospettiva che sta per aprire al Victoria & Albert Museum di Londra, abbiamo deciso di fare un ripasso della storia di David Bowie attraverso le sue tante trasformazione. Consigliandovi anche una discografia fondamentale.

David Bowie storia trasformazioniCANTAUTORE
Dopo aver esordito con un album omonimo ancora influenzato dal beat dei Sixties e dalla cultura mod, David Robert Jones cambia il cognome in Bowie – affascinato dal celebre pioniere americano Jim (inventore, tra l’altro, del coltello che porta il suo nome) – e diventa uno dei più acclamati cantautori di una Londra che sta cambiando pelle rapidamente dopo la sbornia psichedelica. Nel periodo che va dal ’69 al ’72, Bowie registra ben tre album, mettendo in mostra un talento fuori dal comune unito alla capacità incredibile di assorbire influenze esterne di ogni genere, facendole proprie. Space Oddity, The Man Who Sold The World e, specialmente, Hunky Dory sono opera di un cantante che sta per trasformarsi in star planetaria, tra ballate suadenti e primi accenni del rock che sarà. Tra i pezzi vale la pena ricordare, oltre alle title track dei primi due dischi anche Changes, Life On Mars?, Kooks e Quicksand, tratti da Hunky Dory. Le prove tecniche sono finite e il grande balzo sta per arrivare.
Disco consigliato: Hunky Dory

L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA
L’effetto è straniante, proprio quello che cercava Bowie dopo aver tagliato i lunghi capelli (colorati ora di rosso), abbandonato i vestiti da hippy bohèmienne e indossati quelli dell’alieno Ziggy Stardust, venuto dallo spazio assieme alla sua band, quegli Spiders From Mars guidati da Mick Ronson che diverranno sinonimo di glam rock anni Settanta. Bowie non incarna un personaggio, Bowie è Ziggy Stardust, un alter ego che gli darà un successo epocale e, al contempo, gli ruberà un pezzo di vita. Con un grande gesto plateale, il cantante annuncerà la sua fine durante un concerto londinese passato alla storia e si concentrerà sul prosieguo della carriera, tra la conquista degli States (dove produrrà il capolavoro glam dell’amico Lou Reed, Transformer) e una serie di dischi eccellenti e ricchi di pezzi ormai classici. Da The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (uno degli album più belli della storia del rock) a Diamond Dogs, passando per Aladdin Sane e Pin Up, David Bowie segna gli anni Settanta e getta le basi per quello che diventerà il punk di lì a pochi anni.
Disco consigliato: The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars

IL SOTTILE DUCA BIANCO
Dopo essersi trasferito in pianta stabile negli Stati Uniti, Bowie tenta il passo più difficile, ovvero la conquista di un mercato ostico ed enorme e lo fa cambiando ancora pelle e adeguando il sound, in qualche modo, ai gusti del pubblico americano. Niente eccessi estetici (ma quelli personali peggiorano, con una dipendenza da cocaina che lo rende una figura filiforme e paranoica), ma un’eleganza sobria che si riflette anche nella musica. La doppietta Young Americans e Station To Station lo manda in cima alle chart grazie a un “plastic soul” che suona finto e innovativo al tempo stesso, rendendolo pronto per l’ennesima giravolta, quella che lo renderà di nuovo un artista ammirato e inseguito da tutti.
Disco consigliato: Station To Station

A BERLINO VA BENE
Il ritorno in patria di Bowie, pur condito da polemiche – a Victoria Station il musicista saluta i fan con quello che, immortalato casualmente da un fotografo, pare un braccio teso – riavvicina il pubblico europeo a uno dei suoi artisti più amati. David, alla ricerca del suono del futuro, si trasferisce prima in Francia e poi a Berlino, attratto dal fascino decadente di una città unica al mondo e dai dischi avanguardistici dei Kraftwerk, sua ispirazione personale. Tra il 1977 e il 1980 registrerà ben sei album (quattro a nome suo, due con Iggy Pop come autore e produttore), inventando di fatto la new wave e il sound dei dieci anni a venire. Tra perdizione e redenzione, la tripletta Low-Heroes-Lodger è una delle più incredibili e ispirate del rock tutto e The Idiot e Lust For Life rappresentano la resurrezione creativa di Iggy, le basi su cui costruire una carriera solista che continua ancora oggi. “Ci sono la old wave e la new wave e poi c’è David Bowie”, recitava una pubblicità dell’epoca e potrebbe bastare anche solo quella a definire un momento irripetibile (riuscite a pensare a un pezzo più significativo di Heroes per quegli anni?), che culmina con Scary Monsters, già successivo alla trasferta tedesca, ma pur sempre interessante.
Disco consigliato: Low

EDONISMO 80
Pur abituati alle continue invenzioni, il Bowie degli anni 80, sorridente ed elegantissimo dopo il bianco e nero berlinese, è difficile da digerire sebbene dimostri di avere commercialmente ragione con uno dei suoi dischi più venduti e amati di sempre, quel Let’s Dance prodotto da Nile Rodgers che lo consacrerà popstar di massa. Tra il tripudio buonista del Live Aid e un tour di successo come il Serious Moonlight, Bowie finirà per perdere qualche colpo, rimanendo invischiato in una impasse creativa che regalerà due passi falsi di fila (mai successo prima) come Tonight e Never Let Me Down. Sarà l’inizio di una brusca discesa che terminerà solamente verso la fine degli anni Novanta.
Disco consigliato: Let’s Dance

I’M WITH THE BAND
Per la prima volta Bowie accantona il suo ruolo principale e decide di far parte di una band da lui stesso assemblata assieme a Reeves Gabrels e ai fratelli Tony e Hunt Sales, con cui aveva collaborato ai tempi dei dischi con Iggy Pop. Il risultato si chiama Tin Machine, così come i due dischi, I e II, ma in pochi si prenderanno la briga di ascoltarli, costringendo il Duca Bianco a un rapido dietrofront e alla pubblicazione di Black Tie, White Noise nel 1993, il suo primo flirt con le nuove frontiere dell’elettronica, dopo quello geniale dei Seventies.
Disco consigliato: Black Tie, White Noise

LA SVOLTA ELETTRONICA
Paradossalmente sarà il suo impegno per la colonna sonora di The Buddha Of Suburbia, tratto dal romanzo di Hanif Kureishi, a restituire a Bowie dimestichezza con la musica elettronica e con le lunghe suite strumentali. La seconda (terza? quarta?) giovinezza artistica dell’artista britannico ha ancora le fattezze di una tripletta, quella composta da 1.Outside, Earthling e Hours…, in cui si percepisce la voglia di rimettersi in gioco e di restare al passo coi tempi (senza anticiparli, una volta tanto). Pur senza picchi creativi eccelsi, sono tre album che illustrano bene gli anni Novanta di Bowie e, a posteriori, regalano parecchi momenti di divertimento, tra singoli più classici ed esperimenti drum’n’bass. Il ritorno a casa e ad atmosfere più consone al personaggio è dietro l’angolo.
Disco consigliato: Earthling

IL GIORNO DOPO
Prima dell’imminente capitolo, con gli evidenti richiami al periodo berlinese, a cominciare dallo splendido singolo Where Are We Now? e dalla copertina che coverizza (si potrà dire?) quella di Heroes, David Bowie aveva lasciato i suoi fan con due ultimi lavori, Heathen (2002) e Hours (2003) che poco avevano aggiunto alla storia generale se non la sua ennesima collaborazione con l’amico e produttore Tony Visconti, lo stesso che ritroviamo ora su The Next Day. Dopo le voci di una presunta malattia e la pausa successiva ai problemi di cuore, è già un miracolo poter pensare a un 2013 con un disco targato David Bowie. Sarà bello? Ne varrà la pena? Ve lo diciamo qui.
Disco consigliato: The Next Day 

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