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Depeche Mode di nuovo in Italia: una questione di equilibrio

Depeche Mode Italia questione equilibrio

L’Italia aspetta a braccia aperte i Depeche Mode per tre concerti, una band che tra la sua forza dal complicato rapporto tra Martin Gore e Dave Gahan. In equilibrio tra amore e odio, come tante altre grandi coppie nella storia della musica, i due continuano a far crescere la loro creatura.

Non sono in tanti a potersi permettere un tour mondiale negli stadi. Ancora meno quelli che possono concedersi il lusso di raddoppiare o triplicare lo stesso show con un secondo o un terzo passaggio invernale nei palazzetti. Naturalmente da tutto esaurito. Eppure i tre (ex) ragazzi in questione hanno fatto molta fatica a farsi prendere sul serio. E, nonostante non abbiano più molto da dimostrare, c’è ancora qualcuno che riduce i Depeche Mode a mero fenomeno di costume tutto sommato secondario nel mondo del rock. Quasi fossero un residuato di un’epoca che fu e che, chissà come, nutre ancora proseliti. Ma per avere un’idea della loro importanza basti pensare che, dopo i Beatles e i Rolling Stones, i DM sono stati il primo gruppo britannico in grado di conquistare gli Stati Uniti. Con la loro musica, i loro dischi e, ancor più, i loro concerti che da sempre hanno trascinato decine di migliaia di fan (e non) a scatenarsi sulle note di successi come Just Can’t Get Enough, Enjoy The Silence o Personal Jesus. Canzoni che non possono permettersi di non riproporre a ogni live. «Molti fan tornerebbero a casa insoddisfatti se non le suonassimo», ha confessato prima dell’ultimo tour la mente del gruppo Martin Gore.

DUE È IL NUMERO PERFETTO
Una carriera lunga 34 anni, con molti alti e, va detto, pure alcuni bassi, che ha un segreto comune a molte altre band. Il gruppo ruota intorno a due membri principali, che catalizzano l’interesse dei fan e canalizzano le idee della band. Un dualismo intriso di competizione che ha fatto la fortuna di gruppi come Led Zeppelin, The Who, U2. Di fatto Dave Gahan e Martin Gore sono l’anima dei Depeche Mode esattamente come Lennon/McCartney lo sono stati dei Beatles, i Glimmer Twins dei Rolling Stones, Plant e Page dei Led Zeppelin, Daltrey e Townshend degli Who, Bono e The Edge degli U2, i fratelli Gallagher degli Oasis. E molti colleghi americani sono nella stessa situazione. Steven Tyler e Joe Perry degli Aerosmith, Axl Rose e Slash dei Guns N’ Roses, Paul Stanley e Gene Simmons dei Kiss. Per citarne solo alcuni.
Spesso le seconde linee di queste band sono state (o sono) autentici fuoriclasse, ma in funzione dei due leader sono rimasti nell’ombra. Non nel caso dei Depeche Mode. Andy Fletcher non è né George Harrison né Charlie Watts (o Bill Wyman o Mick Taylor). Il suo ruolo può essere associato più a quello di un collante necessario per tenere insieme il gruppo. Anche perché il dualismo, se alimentato da una sana rivalità, può sì incanalare le energie per far toccare vette di creatività altrimenti irraggiungibili da soli, ma anche segnare l’inizio della fine. Molti gruppi sono durati pochi anni (se confrontati ai 34 dei DM) proprio perché il gioco non ha retto. Mentre per chi è ancora in attività non sempre è facile mantenere intatta l’alchimia delle origini, neppure se la strada scelta è andare sul sicuro e continuare a riproporre il sound che ha decretato il successo. Gli stessi Depeche in Delta Machine sono tornati alle atmosfere di Violator (del lontano 1990) e autocitarsi non è mai facile.


Depeche Mode – Personal Jesus on MUZU.TV.

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