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Il ritorno dei dischi volanti

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Erano praticamente scomparsi i vinili, sostituiti dai pratici e indistruttibili CD e, in seguito, dagli impalpabili mp3. Poi, come spesso succede, qualcuno si è accorto che, forse, una parte del fascino della musica derivava proprio da quei dischi ingombranti. E il mercato ha ripreso a crescere. Vediamo come stanno le cose realmente.

Somebody was trying to tell me that CDs are better than vinyl because they don’t have any surface noise. I said, “Listen, mate, life has surface noise”». John Peel

Se non siete troppo giovani per gli anni Ottanta, vi ricorderete certamente del terribile declino degli ellepì, passati bruscamente di moda e sacrificati sull’altare di una maggior qualità sonora, poi smentita nei fatti, e di una durata infinita nel tempo dei piccoli compact disc. Nella seconda metà di quel decennio, lo scempio è stato praticamente definitivo, con le etichette discografiche impegnate a stoccare quantità infinite di CD e a ridurre, se non interrompere, la stampa dei vinili, rapidamente divenuti materiale obsoleto, quasi impossibile da trovare e destinati ai collezionisti incalliti. Le multinazionali, insomma, hanno deciso senza mezzi termini che il digitale sarebbe stato il futuro della musica, al posto del desueto analogico, concentrando i propri sforzi sulla produzione di un mezzo che, dopo l’immediato successo (ovvio, non avendo concorrenti, se si eccettua la musicassetta), ha contribuito in maniera massiccia al processo di disaffezione continua delle successive generazioni di ascoltatori verso la musica.
Al contrario del vinile, un oggetto caldo e comunicativo, collezionabile e soddisfacente anche dal punto di vista fisico e tattile, il compact disc, per il suo successo, ha puntato sull’esatto opposto: nessun fruscio – e qui vale la frase di John Peel posta in apertura -, massima maneggevolezza, dimensioni estremamente contenute, minor fragilità, maggior durata (quindi possibilità di far stare album doppi su un disco singolo, con conseguente risparmio) e costo di produzione molto più basso, particolare che, agli occhi delle etichette discografiche, si è rivelato fondamentale.

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Tutto perfetto, dunque? Chiaramente no, visto che la nascita del CD si è accompagnata al lancio dei masterizzatori e, quindi, all’enorme piaga della pirateria. E se il vinile poteva essere trasferito solo su cassetta, un supporto inferiore, il compact disc si è dimostrato duplicabile all’infinito, distruggendo definitivamente il concetto di originalità dell’oggetto e abbassando pericolosamente lo standard qualitativo dello stesso, fino all’avvento dell’mp3 e dell’ascolto in streaming su personal computer oppure su lettori portatili.
Paradossalmente, ma nemmeno troppo, nell’era dell’impalpabile, di servizi come Spotify e YouTube e dell’accessibilità a tutti i costi, la voglia di vinile è ritornata alla ribalta in maniera prepotente e le cifre di vendita in continua crescita dimostrano come una nicchia di mercato importante (e si parla solo dei dischi nuovi e non del business dell’usato da collezione) sia sempre più appannaggio di chi preferisce un oggetto rotondo in vinile, magari racchiuso in una lussuosa copertina apribile, e una comoda poltrona dove potersi godere quaranta minuti di piacere per le orecchie e gli occhi.

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I 171 milioni di dollari di fatturato del vinile nello scorso anno, trainati dal mercato statunitense, leader del settore (l’Italia ottiene un dignitoso settimo posto), stanno a significare soltanto il 3% di vendite complessive (cd+download+vinile) a livello mondiale, ma la crescita costante nell’ultimo decennio, il graduale declino del compact disc e la buona pubblicità che deriva da film come Last Shop Standing o Vinylmania sono ottimi segnali per un supporto che pareva destinato a morte certa e che, invece, regala ancora parecchie soddisfazioni.

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