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Elisa – La furia degli elementi

Dopo una compilation molto particolare, Ivy, con inediti, cover e vecchi brani, tocca a un tour dallo stesso nome ma molto particolare, diviso in due serate ben distinte, caratterizzate dagli elementi del fuoco e dell’acqua. Scalette e scenografie differenti che rappresentano le due anime della cantante di Monfalcone, quella fragile e quella rock.

Ci eravamo lasciati la volta scorsa con un’intervista in cui la cantante ci aveva preannunciato l’intenzione di una serie di show acustici o comunque di un tour a due facce, da tenersi nei teatri. Forse il progetto Ivy I & II non era ancora nei suoi pensieri, ma è certo che l’idea di offrire al proprio pubblico entrambe le versioni di se stessa, quella più soft e quella più rockeggiante, arriva da lontano e finalmente si sta per concretizzare, con la prima data programmata per l’inizio di marzo. In attesa di poter vedere il suo spettacolo e, magari, di riuscire a fare due chiacchiere con l’artista, impegnatissima con le prove e difficilmente raggiungibile, ci siamo divertiti a ripercorrere le tappe della sua brillante evoluzione e a evidenziarne i punti salienti. Scoprendo anche la sua predilezione per i brani altrui, riarrangiati sempre con grande classe…

GRAZIE DEI FIORI
Sono passati quattordici anni dall’esordio di Pipes & Flowers, ma l’ingresso di Elisa nel mondo della musica pop e rock è di quelli che si fanno ricordare ancora oggi. Innanzitutto per la scelta inedita e azzardata dell’uso dell’inglese come lingua – qui da noi, di solito, sinonimo di band indipendente che non ha la minima possibilità di successo -, ma anche per il tentativo di andare (molto) al di là della musica italiana canonicamente intesa e trarre ispirazione da artisti stranieri. Il mondo di “tubi e fiori” di Elisa Toffolo sembra ispirarsi a quello islandese di Björk, una cantante/artista a cui spesso viene accostata – più per semplicità che per una reale somiglianza – ma anche e soprattutto a quello di grandi cantautrici americane come Joni Mitchell, di cui la giovane friulana è ammiratrice. Il singolo Labyrinth fa il botto e la musica parla per una cantante che pare schiva fin quasi all’incomunicabilità e che si mostra spesso spaesata in un ambiente musicale che la decreta star fin dai primi passi. Il viaggio verso la maturità è appena iniziato e toccherà passare da altri mondi e altre esperienze prima di ritrovarsi davanti un’artista finalmente rilassata e consapevole dei propri mezzi, neo mamma e a suo agio anche al di fuori dello studio di registrazione o di una performance live. E il viaggio ricomincia nel 2000 con l’uscita di Asile’s World, ovvero il mondo all’incontrario di Elisa, un disco molto intimo e più elettronico, in cui le chitarre vengono momentaneamente sostituite da suoni digitali. I suoi complici in questo disco si chiamano Howie B e Roberto Vernetti e questo spiega anche un certo tipo di sonorità, come nel caso del bel singolo Gift, dedicato alla madre. Le oltre trecentomila copie vendute del disco d’esordio mostrano come sia possibile cantare in inglese e scalare le classifiche del Belpaese, ma a Elisa piace stupire: nel febbraio dell’anno successivo partecipa e trionfa a Sanremo con il suo primo brano in italiano, Luce (Tramonti a nord est), scritto in collaborazione con Zucchero Fornaciari. Inutile ricordare come, nel panorama desolante di un festival che è sempre più lo specchio della canzone italiana triste e noiosa, la “luce” di Elisa abbia brillato in maniera folgorante, vincendo a mani basse la competizione. Anche il pubblico generalista si accorge del suo talento e ne decreta il successo travolgente, rendendo la giovane cantautrice una stella del panorama musicale nazionale. Altro che tramonto, dalle sue parti il sole splende come in una giornata estiva ed è una sensazione che la stessa Elisa comunica con l’uscita, ancora nel 2001, del suo terzo album solista, Then Comes The Sun, quasi beatlesiano nel titolo ma piuttosto articolato e complesso dal punto di vista musicale.
Indecisa se proseguire nelle sperimentazioni elettroniche o ritornare a un sound chitarristico, decide di optare per entrambi e si ritrova tra le mani un disco strano ma interessante che passa senza soluzione di continuità da ballate suadenti a momenti più tesi. Dal disco precedente recupera A Little Over Zero e la stravolge in una nuova (e migliore) versione, conferma la sua fama con due singoli ottimi come Rainbow e Heaven Out Of Hell e firma uno dei suoi momenti migliori con It Is What It Is. Il tour che segue l’uscita dell’album è un grande successo e segna la fine della prima fase della sua carriera, quella culminata con il difficile terzo album. Non a caso ci vorranno altri due anni prima di rivederla all’opera, interrotti solo dalla pubblicazione di una raccolta intitolata semplicemente Elisa e destinata al mercato internazionale. Nulla di eclatante, a meno che non vogliate a tutti i costi possedere la versione spagnola di Luce, tradotta in Hablame

Clicca qui per leggere tutto lo speciale su Elisa pubblicato sul numero di marzo di Onstage Magazine.

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