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Featuring assurdi: 10 collaborazioni che non ci saremmo mai aspettati

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Le collaborazioni sono una pratica ormai consolidata, ma spesso accomunano artisti con poco o niente in comune (e il gioco di parole è voluto). Ecco i featuring per noi più assurdi.

Il featuring è diventato una sorta di status symbol all’interno del muisc biz. Ormai pratica consolidata, è un rito che impreziosisce qualunque produzione. Come a dire, dimmi con chi duetti e ti dirò chi sei. Che nascano dalla più sincere delle amicizie, dal bieco lavorìo delle etichette, o semplicemente dalla necessità di fare promozione a questo o quello, le collaborazioni attirano l’attenzione dei fan e dei giornalisti, e sono spesso oggetto di domande. Tra gli artisti, ognuno le gestisce a modo proprio: c’è chi molto tranquillamente le evita, chi se ne gioca due o tre strategiche per album, chi ci riempie i dischi come Pitbull, Santana o Gorillaz. C’è anche chi, come Pharrel Williams, grazie ai featuring è sempre in classifica anche se non fa un disco da anni. Altri, come David Byrne e The Roots, non si accontentano di fare un solo brano insieme ai loro amichetti ma sfornano interi album in tandem. In mezzo a tutto questo marasma di collaborazioni non mancano quelle assurde, quelle che ti fanno storcere il naso e domandare: “ma cosa c’entrano questi due?”. Ne abbiamo selezionate dieci.

The Bloody Beetroots feat. Paul McCartney And Youth – Out Of Sight (2013)
Lo confessiamo, l’idea di scrivere questo articolo nasce proprio da qui, da questi inediti Bloody Beatles. Vedere Sir “leggenda vivente” Paul McCartney flirtare con un tizio mascherato che risponde al nome di Bob Cornelius Rifo e viene da Bassano del Grappa, inizialmente ci ha fatto saltare dalla sedia. La notizia è che funziona, e parecchio. La voce di Paul tocca registri che non ci si aspetta e Bob pesta come sa. Forse è anche merito di Youth, alias Martin Glover, nome magari meno d’impatto della triade ma folle trade d’union tra gli altri due.

Nick Cave & The Bad Seeds feat. Kyle Minogue – Where The Wild Roses Grow (1995)
Quando si diffuse la voce, in molti credettero ad una bufala: “Ma no, la reginetta della pop dance con il tenebroso e tormentato Re Inchiostro? Va be’ che sono entrambi australiani, ma cosa potrebbe mai venirne fuori?” Una meraviglia. Il racconto dell’omicidio di una giovane donna ad opera del suo amante, interpretato dai due cantanti, è da pelle d’oca.

Linea 77 feat. Tiziano Ferro – Sogni Risplendono (2008)
Questa è roba di casa nostra. Quei ragazzacci dei Linea 77 ospitano, in un pezzo dei loro, l’idolo del pop e non lo mettono a suo agio neanche un po’. Lui si presta sportivamente e con grande naturalezza. Paradossalmente però le critiche arrivano proprio dai fan della band piemontese. Fondamentalismi underground.

Skrillex feat. The Doors – Breakin’ A Sweat (2012)
Va bene che in quel periodo la dubstep era appena esplosa e il dj americano era richiestissimo ovunque, va bene che i due Doors (all’epoca Ray Manzarek era ancora vivo e portava avanti il progetto insieme a Robby Krieger) dal 2002 si sono dimostrati molto poco selettivi per quanto riguarda le persone con cui suonare, ma questa accoppiata classic rock/elettronica cosa ci vuole dire? In realtà il risultato finale pende molto dalla parte di Skrillex, che mette i due Rider on The Storm nel suo frullatore dubstep.

Jack White feat. Alicia Keys – Another Way To Die (2008)
In questo caso la storia è nota: il bluesman di Detroit aveva scritto la canzone per il tema principale di Quantum Of Solace, ventiduesimo film di James Bond, e a cantarla sarebbe dovuta essere Amy Winehouse. Ma l’artista inglese non rispettò i patti del contratto con i produttori, che la obbligavano ad astenersi dal consumo di droghe e alcol, per cui venne licenziata e rimpiazzata dalla Keys. Senza nulla togliere alla bellissima voce di Alicia, ci sarebbe piaciuto sentire anche Amy alle prese con la chitarra fuzz di Mr.White.

Slash feat. Fergie – Beautiful Dangerous (2009)
L’ex Guns N’Roses trascina la bellona dei Black Eyed Peace lontano dai dancefloor e la porta nelle terre del rock più macho. Lui ci mette i riff di chitarra, lei la voce roca e il fondoschiena. Il mix non esalta ma funziona, a meno che non stiate ancora rimpiangendo Axl Roses.

Piero Pelù feat. Anggun – Amore Immaginato (2003)
Lui era l’ex leader di uno dei gruppi rock più importanti d’Italia, lei una cantante indonesiana naturalizzata francese. Nonostante l’accoppiata scricchioli, e non solo sulla carta, il brano è un successo. Tranne che per i fan nostalgici dei Litfiba per cui è ancora forte il ricordo del glorioso passato che fa bene, che fa male, che fa bene, che fa male, che fa… bere!

Eros Ramazzotti feat. Club Dogo – Testa o cuore (2012)
Il cantautore romano ha fatto delle collaborazioni un vero e proprio stendardo, e anche nel mondo hip hop sono una pratica molto diffusa. Però in questo caso sembra molto, molto forzata. Caro Eros, siamo sicuri che non sia solo una mossa per svecchiarsi un po’, visto che il rap ora piace tanto ai ragazzini?

Queens Of The Stone Age feat. Elton John – Fairweather Friends (2013)
Qui il padrone di casa è Josh Homme, che tra gli ospiti dell’ultimo album, …Like Clockwork, ha voluto anche il Sir e amico inglese. Si sente il piano del Rocket man che emerge tra le possenti schitarrate e la sua voce fa da eco a quella del rosso cantante. Ma, ecco, come dire, non è che faccia proprio la differenza.

The Black Eyed Peas feat. Sting – Union (2005)
Siamo abituati a sentirli in radio con il loro mix di pop e rap discotecaro, e invece qui i quattro rivelano il loro lato inaspettatamente reggaeggiante e, soprattutto, sociale. Sarà merito della partecipazione dell’ex Police che, anche se presta la voce solo ad una strofa, serve da ispirazione piuttosto evidente per tutta la canzone.

Emis Killa feat. Skin – Essere Umano (2013)
Nonostante tutte le dichiarazioni di stima e rispetto tra i due artisti non ce lo vediamo proprio il rapper di Vimercate nella sua cameretta che ascolta gli Skunk Anansie, o ancor meno Skin alle prese con i testi sbruffoncelli di Emiliano. Anche in questo caso il dubbio che l’etichetta – guarda caso la stessa – abbia giocato un ruolo determinante è molto forte.

 

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