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Il rock è vivo in mezzo a noi (editoriale marzo 2012)

Un articolo di Gino Castaldo pubblicato lo scorso 6 gennaio sul sito di Repubblica ha sdoganato anche in Italia il dibattito sullo stato di salute del rock. Secondo l’esperto giornalista (classe 1950) stiamo assistendo alla sua morte. Due i presupposti. In primo luogo, nel 2011 i dischi classificati nella categoria pop, per la prima volta in sette anni, hanno venduto più di quanto non abbiano fatto quelli rock, che occupano solo tre posizioni della top ten – la quota di mercato degli album r’n’r è la più bassa dal 2003. Poi, nota Castaldo, nessuno dei movimenti di protesta giovanili (occidentali) nati recentemente – dagli Indignados a Occupy Wall Street – ha adottato una canzone rock come inno/simbolo della battaglia. «I giovani trovano luoghi e ragioni per nuove proteste – scrive il giornalista – ma non esiste una colonna sonora che racconti di queste nuove esperienze. Il rock? Latita, è assente, così come sta scomparendo dalle classifiche, lasciando il posto a un dominio pressoché assoluto del pop commerciale». Le cause di questo disastro starebbero nella «mancanza di idee e progetti, il rock sembra incapace di rinnovarsi, cede il posto alla techno, ai lustrini fiammeggianti delle nuove iconiche dive pop». Gino è un grande, ma non condivido quasi nulla della sua tesi.

Parliamo dalle classifiche, partendo da una facile considerazione: se si tratta della prima volta in sette anni, è già successo. E se è già successo, può essere un calo fisiologico. Immaginando un grafico, è una linea spezzata e non una parabola discendente. E comunque le chart, ormai, sono solo lo specchio dei fatturati dell’industria di settore, come ha sostenuto anche George Ergatoudis sul Guardian. Le vendite, digitali e analogiche, non rappresentano la totalità del consumo di musica. Vanno considerati il file sharing e il download illegale – ci sono leggi per ostacolare queste pratiche proprio perchè rappresentano una grossa fetta della torta. E poi le piattaforme di streaming, come Pandora e Spotify: attirano milioni di utenti nel mondo e crescono rapidamente. Infine bisogna metterci YouTube. Quando si vuole ascoltare un brano, il Tubo è la fonte prima. Così fan tutti, oggi. Non ho idea di quanti dischi o canzoni si ascoltino nei modi appena descritti per ogni album venduto, ma potrei scommettere che il rapporto è favorevole ai primi. Insomma le classifiche non sono attendibili.

Quanto alle proteste giovanili, Castaldo stesso specifica come «a sostituire certe modalità di condivisione siano oggi i social network». In passato le canzoni erano l’unico strumento per diffondere un messaggio: non era la “tecnologia” scelta, ma la sola disponibile. Un cinguettio non salva il mondo – come sostiene il giornalista con sarcasmo – semplicemente Twitter permette di raggiungere milioni di persone con uno sforzo di 140 caratteri. Quanto ci mette una canzone? Niente di quello che hanno oggi a disposizione gli indignati avevano gli hippie, i punk o i ragazzi con le camice a quadri. Altrimenti l’avrebbero usato e il loro disagio non si sarebbe manifestato con il linguaggio della musica.

È vero che «il sistema mediatico votato al consumismo più sfrenato, incoraggia il popolo giovanile a considerare la musica come intrattenimento», ma questo è un discorso più ampio che non riguarda lo stato di salute del rock. Che è vivo e vegeto, altrimenti qualcuno mi spieghi come mai le grandi folle si radunano solo per i concerti rock: Muse, Foo Fighters, Red Hot Chili Peppers, Pearl Jam, Green Day, veterani come Springsteen e U2, senza dimenticare gruppi come i Metallica. Quale popstar è in grado di replicare i numeri di queste band? Anche Madonna fatica a riempire uno stadio – l’ultimo concerto a San Siro (nel 2009) fu un mezzo flop. Non è cosa da rap e non ci riescono tantomeno Katy Perry o David Guetta, che pure dominano le classifiche. Evidentemente per tantissimi giovani (e non solo) il rock continua a essere un fondamentale elemento di espressione e aggregazione. Come una volta.

Più che al rock, mi sembra che manchino idee e progetti all’industria discografica. E forse sono i giornalisti cresciuti dentro schemi e modelli ormai obsoleti a non decifrare la capacità di sopravvivenza del r’n’r. È una fase di transizione – influenzata dalle tecnologie digitali che hanno totalmente modificato fruizione e produzione musicali – di cui è difficile prevedere l’esito. Ma se Dave Grohl dichiara il suo amore per Skrillex e i Foo Fighters si esibiscono ai Grammy con Deadmau5, qualcosa sta succedendo. Cambiano le regole, forse, ma il gioco è sempre lo stesso: il rock è un modo di stare al mondo prima ancora che una musica e sopravviverà, magari trasformandosi. Come diceva quel tale? Niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma.

(Tratto da Onstage Magazine, marzo 2012)

Daniele Salomone su Twitter: @danielesalomone

 

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