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Il suono del muro: Roger Waters

Prima ancora che un manifesto spietato contro ogni tipo di conflitto – nel caso specifico la Seconda Guerra Mondiale, vista attraverso gli occhi di un bambino a cui muore il padre -, The Wall è un manifesto dell’incomunicabilità e di ciò che succede quando si decide di costruire un muro impenetrabile attorno a se stessi.

Un disco come The Wall non nasce certamente dal nulla, ma prende forma poco per volta, mattone dopo mattone si potrebbe dire, quando si è al culmine di una carriera musicale da fantascienza. Alla fine degli anni Settanta i Pink Floyd sono i dinosauri del rock per eccellenza, i loro show mastodontici sono spettacoli che non aiutano certo il crescente disagio del leader solitario della band, quel Roger Waters che si sta imponendo come autore principale oltre che bassista e cantante. I primi sintomi si vedono a Montreal alla fine del tour di Animals, quando Waters, dopo essere stato interrotto un paio di volte dalle urla di alcuni fans prima dell’esecuzione di Pigs On The Wing, sputa in faccia a un ragazzo che supera una transenna e tenta di raggiungere il palco. L’interazione fra musicisti e supporter non esiste più, frantumata da un gesto estremo e dal primo mattone di quel muro che diventerà l’ossessione del bassista per i successivi anni.

UN UOMO SOLO AL COMANDO
La metafora del muro come prigione in cui rinchiudersi per non dover affrontare la propria vita è perfetta per descrivere un musicista tormentato dalla scomparsa del padre durante la guerra – ovviamente il protagonista del disco/film è proprio Waters – e le splendide liriche del doppio album ripercorrono un’infanzia e una giovinezza fatte di angherie scolastiche, madri amorevoli ma asfissianti, paure recondite, tentativi di ribellione e l’impossibilità di venire a patti con una perdita terribile. «Credo si capisca che la figura della madre è una metafora del governo, c’è una certa similitudine tra un genitore oppressivo e l’autorità dello stato. Da giovani, se si è sani, è necessario ribellarsi contro lo status quo, cercare una via autonoma, pensare con la propria testa. Per questo motivo Mother è uno dei momenti clou dello spettacolo, quello in cui il pubblico si riconosce nel protagonista». Recentemente, nella medesima intervista, l’artista è ritornato anche sull’argomento principe del disco, la scomparsa del padre, parlando del singolo Another Brick In The Wall: «Posso dire che finalmente sia un argomento chiuso, qualcosa con cui sono venuto finalmente a patti. Mio padre è dentro di me e lo scopro quando ho certe reazioni di empatia verso altre persone che hanno subito lo stesso shock, quello di una tragedia difficile da spiegare. Come fai a giustificare una guerra? Ognuno avrà la propria teoria immagino… Comunque sia, ascolto quella canzone ogni giorno, la stiamo provando per lo spettacolo, ma non mi capita mai di associarla a mio padre o alla mia infanzia. È più facile pensare a quello che sta accadendo al giorno d’oggi, alle decine di stupide e inutili guerre che tormentano questo pianeta, le migliaia di persone che muoiono per alimentare i fatturati delle fabbriche di armi e per la stupidità di quelli che ci governano». Il messaggio giunge forte e chiaro: la validità di quel disco, uscito nel 1979 e, contemporaneamente, ultimo disco dei Pink Floyd in senso stretto e primo di Waters come solista, è ancora notevole e anche per questo motivo merita di essere ascoltato dal vivo, arricchito da un impianto scenografico con pochi rivali al mondo. Lo spettacolo originale, per esigenze economiche, fu limitato a poche date e sancì la definitiva spersonalizzazione della band, sostituita nella prima parte dello show da quattro controfigure, ma pure la bontà delle idee di un genio visionario come Waters, così rinchiuso in se stesso da rischiare la follia – e il paragone con il “diamante pazzo” Syd Barrett, primo chitarrista del gruppo. «Non ho mai avuto momenti di pazzia alla Led Zeppelin per intenderci, mai distrutto stanze di albergo o buttato televisori dal balcone, però ho vissuto anche io dei momenti bui e disperati».

IL MURO TARGATO 2011
Per fortuna, la sanità mentale del Nostro, nel 2011, è decisamente solida e The Wall si preannuncia l’esperienza definitiva per chiunque voglia ascoltare uno dei capolavori della storia del rock. È lo stesso musicista a raccontare come si svolge lo show, da gustare comodamente seduti per non perdersi nemmeno una nota: «È difficile spiegarlo a chi non ha mai assistito al concerto: all’inizio c’è una piccola parte di muro costruita ai lati del palco e, durante la prima metà del live, che dura 50 minuti, vengono aggiunti tutti i mattoni fino a ottenere un muro completo, con la band che suona nascosta dalla struttura. La seconda parte invece è molto più teatrale, perché sul muro vengono proiettati filmati e i disegni animati di Gerald Scarfe, che già illustrò lo spettacolo e il disco originali». Eccolo che torna, quel senso di separazione e di divisione, due termini così in voga in questi giorni: nord contro sud, musulmani contro cristiani, bianchi contro neri. Per un muro che cade, quello di Berlino che proprio Waters celebrò con una versione live di The Wall passata alla storia e ricchissima di ospiti, se ne formano altri come in Medio Oriente, in un ciclo aberrante di stupidità che pare infinito. Qualche buona notizia però arriva, quella di un piccolo muro che si sgretola, quello che ha tenuto divisa la band per quasi vent’anni, tra recriminazioni, cause in tribunale e insulti nemmeno troppo velati: nel 2008 al Live 8, per la prima (e ormai ultima) volta i Floyd ritornano su un palco tutti e quattro assieme per una giusta causa, spronati da Bob Geldof in persona, e questo permette a Waters e Gilmour di riallacciare un minimo di rapporti e tornare a parlare di musica. Non è un mistero che il chitarrista abbia accettato di partecipare a qualche data di questo nuovo tour di The Wall come ospite in Run Like Hell e Comfortably Numb, i due pezzi che scrisse per l’album, per il resto interamente composto da Roger. “David è un musicista straordinario, un maestro della chitarra e il suo lavoro per The Wall è stato comunque incredibile. Non sempre sono stato in grado di riconoscere il suo talento, lo ammetto…». Certamente non nel 1983, quando il gruppo, senza Rick Wright, cacciato proprio dal bassista, pubblica l’ultimo album a proprio nome, The Final Cut, atto finale della paranoia watersiana, che ritorna sull’episodio della morte del padre, ad Anzio durante la Seconda Guerra Mondiale, e gli dedica un disco decisamente meno riuscito del precedente capolavoro.

Clicca qui per leggere tutto lo speciale su Roger Waters pubblicato sul numero di aprile di Onstage Magazine.

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