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Iron Maiden dalla A alla Z: ventuno motivi per volergli bene

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di Jacopo Casati
Foto di Francesco Prandoni

Gli Iron Maiden sono una delle band più amate di sempre e sono un’istituzione della musica pesante: idolatrati in ogni parte del mondo, anche in Italia radunano folle oceaniche a ogni loro esibizione. Questo che segue vuol essere una sorta di elenco necessario a capire i loro punti di forza, attuali e storici, e soprattutto per ingannare l’attesa in vista dei loro prossimi imperdibili tre show italiani. Ecco in un’ideale alfabeto dalla A alla Z, i ventuno motivi per i quali gli vogliamo davvero bene.

A come Aces High
È la canzone che apre Powerslave, quinto studio album dei Maiden che fornì ai cinque la definitiva consacrazione anche Oltreoceano. È un pezzo veloce che condensa alla perfezione l’essenza degli Iron di un periodo irripetibile, nel quale svolgeranno 193 concerti in 11 mesi di tour. E uno dei pezzi più complicati da cantare. Per informazioni chiedere alla lettera successiva.

B come Bruce Dickinson
È considerato uno dei migliori cantanti di ogni tempo. Insieme a Rob Halford (Judas Priest), Geoff Tate (Queensryche) e Ronnie James Dio, ha incarnato alla perfezione lo stereotipo del singer heavy metal, capace di muoversi all’interno di un registro vocale enorme, di essere evocativo e aggressivo allo stesso tempo. Se ancora non vi basta, sa anche pilotare i Boeing 747. Recentemente ha pure sconfitto un tumore. Nient’altro?

C come Chitarre
Ora sono in tre sul palco, ma sin dagli anni Ottanta l’abilità e le creatività di Dave Murray e Adrian Smith ha avuto pochissimi rivali. Le armonie modulate da Rainbow e Deep Purple e l’aggressività dei Black Sabbath, sono state da subito fuse e rielaborate secondo uno stile che è diventato immediatamente personale. Da quando poi è arrivato Janick Gers (1990), le chitarre sono diventate anche elementi coreografici: a volte le suona pure, ma spesso si limita a rotearle e lanciarle in aria, tanto comunque ci sono gli altri due… Scherziamo, vogliamo tanto bene a Janick, anche per questo suo essere perennemente pazzoide on stage.

D come Dream Of Mirrors
Contenuta in Brave New World (2000), è il brano che meglio esemplifica il nuovo corso, post-reunion, degli Iron Maiden. Un pezzo certamente heavy metal ma con forti venature progressive, cambi di tempo e, soprattutto, abbondante durata. La ripetitività dei ritornelli e le parti arpeggiate in apertura e chiusura di pezzo, saranno utilizzate anche nei dischi successivi come formula standard. Qualcuno lassù nel governo dei Whig e dei Tory dovrebbe pensare a un decreto che gli vieti di continuare a utilizzarla, perché per un po’ va bene, ma poi…

E come Eddie
Trovatemi nel mondo della musica una mascotte più cattiva, appariscente e accattivante (in una parola perfetta) che vi pago la cena. Oltretutto non sta solo sulle copertine dei loro dischi, ma da trent’anni arriva sul palco all’improvviso e interagisce con pubblico e musicisti! Non ce n’è per nessuno.

F come Fear Of The Dark
È probabilmente il loro pezzo più conosciuto dalle nuove generazioni, oltre che l’incubo di ogni vero fan che si rispetti. Un brano che si sottrae anche alle logiche dei tour che celebrano album antecedenti alla pubblicazione dell’omonimo disco del 1992, presente fisso in scaletta a prescindere. Il fatto che anche questa volta saremo tutti a fare oooooo-oooh-ooh-ooh-ooooh-oh-oh sotto il palco non appena partirà la canzone è un altro discorso.

G come Gangland
La loro canzone più sottovalutata di sempre. Un capolavoro interno a un disco capolavoro (vedere alla lettera T) che ci permette di ricordare il buon Clive Burr, batterista eccezionale presente nei primi tre seminali lavori dei Maiden e scomparso nel 2013.

H come Harris
Quando ero un bocia, vedere sempre questo nome di fianco alle canzoni mi faceva pensare che costui fosse una specie di genio della lampada: ma quanto ha da scrivere questo? Steve Harris è una delle icone più luminose della musica metal di ogni tempo, nonché uno dei bassisti più influenti degli anni Ottanta. Vederlo ancora oggi sillabare ogni singolo pezzo suonato mentre corre da una parte all’altra del palco fa commuovere ogni metallaro che si rispetti.

I come Inni
Diamine quanti inni hanno scritto gli Iron Maiden? Ognuno dei sette dischi pubblicati tra il 1980 e il 1988 ha almeno due tracce esagerate, che in una compilation non possono mancare per nessun motivo. Poche band sono state in grado di rilasciare così tanti pezzi rappresentativi di un intero genere in meno di un decennio.

L come Laser
Dal 1986 sintetizzatori ed effetti scenici futuristici hanno iniziato a far regolarmente parte degli show dei Maiden. Somewhere In Time venne accolto tiepidamente dai fan della prima ora, ma dimostrò come, anche giocando con qualcosa di più moderno, gli Iron potessero creare dischi e musica di altissimo livello.

M come Management
Ignoro se negli anni d’oro fosse così, ma quel che so per certo è che il management degli Iron Maiden sarebbe adatto più a Madonna che all’heavy metal band per antonomasia. Prima di arrivare ad avere un’intervista piuttosto che un banale photo pass per fotografarli sul palco, serve prendersi una sequenza di rifiuti e porte in faccia difficilmente immaginabili all’esterno, oltre che passare per una serie di persone interminabile. Certo, di persona la cortesia di Steve Harris ripaga ogni rottura, ma l’immagine da menosi che il loro staff dà al di fuori fa gara con quella dell’Axl Rose prima maniera. E ho detto tutto…

N come Nicko McBrain
Oltre a essere un batterista dal gusto inimitabile, Nicko è anche il personaggio più guascone e down to earth, come amano dire gli inglesi, del combo. Sia quando è in giro per rappresentare la band, sia quando svolge le sue clinic in polverosi pub di provincia insieme a cover band ufficiali, o ancora quando cuoce le sue costolette, il suo atteggiamento è sempre lo stesso. Ed è per questo che i fan lo amano da sempre, nonostante sia arrivato per ultimo nella line-up storica che ha fatto la fortuna del gruppo.

O come Outfit
La tuta in stile Blade Runner che Bruce Dickinson sfoggiava nel tour di Somewhere In Time nell’86 è probabilmente l’apoteosi del kitsch di allora. Basta vedersi i video del Live After Death alla Long Beach Arena, piuttosto che i videoclip ufficiali di The Trooper o Run To The Hills per rendersi conto di quanto fossero meravigliosi gli anni Ottanta.

P come Paul DiAnno
Per molti vecchi è IL cantante degli Iron Maiden. Era il punk fuori contesto, una voce sgraziata ma al contempo potentissima, alcolica e caratteristica che ha aiutato i Maiden ad affermarsi in tutto il mondo. Non andava molto d’accordo con la linea anti-eccessi che Harris aveva imposto nel gruppo da subito. È un peccato non averlo ancora rivisto sul palco coi vecchi compagni di fronte a qualche stadio sold-out. Parte del merito del successo ottenuto dai Maiden nel tempo dopo tutto è anche suo.

Q come Qualità
È molto difficile trovare un gruppo capace di incidere sette dischi praticamente perfetti in soli otto anni. Dall’omonimo del 1980 a Seventh Son Of A Seventh Son del 1988, ogni uscita dei Maiden va comprata, ascoltata, risentita e imparata a memoria. Poi, successivamente, qualche battuta a vuoto l’hanno avuta, ma anche i dischi più recenti (sì, anche l’ultimo The Book Of Souls), hanno roba buona qua e là.

R come Reunion
Non conosco metallaro che non abbia pianto durante il concerto del 23 settembre 1999 a Milano. Gli Iron Maiden tornavano al Forum di Assago (mai più visto così pieno, roba che c’era gente assiepata anche dietro al palco e pressata fino alle uscite di sicurezza nel parterre) sei anni dopo lo split con Bruce Dickinson. E come se non bastasse c’era anche Adrian Smith alla terza chitarra. La reunion più logica di sempre riportò le luci della ribalta addosso ai Maiden, al punto che qualcuno, un po’ maliziosamente, ancora oggi sostenne che fosse tutto preparato già da tempo in casa Harris. Se così fosse realmente, sarebbe stata la più grande opera di bene collettivo mai escogitata da mente umana.

S come Scaletta
Questa è un’aspetto dei Maiden difficilmente tollerabile, lo ammetto. Quando parte un tour, gli Iron suonano sempre e comunque i pezzi della prima data. Mai una chicca, mai una variazione, mai un cambiamento a una setlist che, per quanto bella e coinvolgente, non potrà mai giovare di quell’elemento sorpresa in cui uno come Springsteen è maestro assoluto.

T come The Number Of The Beast
Se fossi costretto da una pistola puntata alla tempia a indicare l’album più bello di sempre degli Iron Maiden, sceglierei questo capolavoro uscito nel 1982. Un po’ perché non ha oggettivamente UN filler UNO su otto canzoni. Un po’ perché almeno CINQUE su otto pezzi sono assolutamente esagerati: Children Of The Damned, The Prisoner, The Number Of The Beast, Run To The Hills e Hallowed Be Thy Name (e quest’ultimo è probabilmente il loro miglior brano di ogni epoca). Monolite.

U come Unità e Unici
Il senso di unità e di fratellanza che si respira a un concerto degli Iron Maiden è ancora oggi impareggiabile. L’euforia e la gioia dell’essere parte di un rito collettivo che coinvolge oltre a te altre 29.999 anime è qualcosa di difficilmente spiegabile. In buona sostanza, mai nessun gruppo nella storia dell’heavy ha messo d’accordo così tante persone per un periodo di tempo tanto prolungato: sempre fedeli alla linea, sempre con i capelli lunghi, sempre con Eddie sul palco. Unici.

V come Virtual XI
Pur amando alla follia ogni singola nota contenuta nel secondo album in cui cantava l’incompreso Blaze Bayley (ho pure la maglietta ufficiale di quest’uscita, roba che nemmeno i parenti di Steve Harris l’hanno voluta in regalo), devo ammetterlo: Virtual XI (1998) è proprio una ciofeca. Si salva oggettivamente un solo pezzo (The Clansman), gli altri sette fanno pietà in quanto a originalità, ispirazione e qualità, se confrontati anche col pur non brillante predecessore The X Factor del 1995…

Z come Zero che me li perdo
Punto. E con i live di quest’anno, arriverò finalmente a quota 20!

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