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Mio fratello Jimi, esce il libro biografia di Leon Hendrix

Il 27 novembre 1942, a Seattle, nasceva Jimi Hendrix. 25 anni dopo, quel bimbo si sarebbe imposto come uno dei più visionari e talentuosi musicisti di tutti i tempi – status che conserva ancora oggi. Ma il suo inconfondibile stile chitarristico, le canzoni e l’attitudine alla sperimentazione sono solo una parte della storia. Quella che conosciamo meglio, ma non l’unica. A settant’anni dalla sua nascita, Leon Hendrix, fratello minore del leggendario musicista, ha messo nero su bianco un ritratto intimo di “Buster”, di cui racconta la vita più che le gesta artistiche. Pubblichiamo un estratto della prefazione di Jimi Hendrix – Mio fratello (in uscita il 21 novembre) firmata da Enzo Gentile.

Jimi Hendrix Mio FratelloE’ un viaggio a tratti scuro, impegnativo, scomodo quello cui ci introduce Leon, dove siamo traghettati senza il bisogno o il desiderio di attenuanti e ammortizzatori, con esclusione di perifrasi, giochi di parole, simulazioni. E quando si interrompe la permanenza di Jimi su questa terra, il racconto di Leon prosegue con i particolari anche aspri, una volta di più impietosi, sulla gestione della eredità, sui giochi meschini per accaparrarsi i frutti di una carriera fulminante quanto pregiata, sontuosa in ogni sua sfumatura.Peraltro nelle pagine di un libro dove per la prima volta Leon dedica tanto spazio e attenzione al suo rapporto con Jimi, si affronta poco o nulla dei dischi o della carriera in senso stretto del più grande chitarrista di tutti i tempi. Per quello ci sono e ci saranno fior di biografi, storici, esegeti, in grado di immortalare i gesti, le collaborazioni, la fase creativa di Jimi, di cui la dimensione professionale, in oltre quarant’anni, è stata passata al setaccio – o al microscopio -, con la dedizione di studiosi-entomologi: i quali tuttavia non sono riusciti a spiegare, a decifrare del tutto quello che, parafrasando Winston Churchill, potremmo catalogare come “un enigma nel segreto, circondato dal mistero”.

Su tanti episodi mandati a memoria grazie a pubblicazioni e documentari, Leon sorvola serenamente, per privilegiare il profilo umano, gli aspetti più intimi di una relazione in cui Jimi gli faceva da fratello e amico, tutore e padre aggiunto: i passatempi da bambini di strada, le scuole e gli studi a singhiozzo, l’ospitalità e l’affetto di parenti lontani o dei vicini di casa, e poi i lavoretti, le marachelle, i primi amori, sono le tappe condivise, cui seguiranno strade separate per un contatto però sempre saldo e impermeabile a qualsiasi avversità o distanza. Il tono che si sprigiona dalle parole, dalle cronache di Leon non indulge al sentimentalismo, né alla facile commozione: ci si imbatte invece in una serie di istantanee animate e palpitanti, con la musica di Jimi ad agitarsi sullo sfondo. Calarsi in questo diario, in frammenti di vita vissuta mai tanto sinceri e scoperti, aiuta per un’ulteriore full immersion nelle composizioni e nelle performance di Hendrix: che in quelle poche stagioni folgoranti insegnò a guardare, ad ascoltare il mondo in un altro modo, le antenne fuori dai santuari classici del pop-rock. Con un pugno di canzoni e l’indefesso attivismo dal palcoscenico Jimi mascherò un genere che grazie al suo avvento fu rivoltato come un guanto, rendendo ancora più palese e incongrua la routine del genere leggero e dell’intrattenimento benpensante dei suoi tempi.

Quasi fosse spiovuto da un altro pianeta nella swingin’ London del 1966, l’ingresso di Hendrix nel mercato della musica avrebbe avuto conseguenze telluriche, con l’opportunità di mettere a ferro e fuoco, grazie alla temperatura lavica della sua chitarra, una società dello spettacolo e della cultura di massa già in fase di metamorfosi. In quella età accompagnata da una gioventù floreale, acida, variopinta, a lato della strada maestra di Hendrix resteranno molte carcasse, le macerie di una musica di consumo; e risulta miracolosa, ora che abbiamo girato l’angolo di un nuovo millennio, la tenuta, la presenza, la viscerale modernità del linguaggio scaturito da quella passione autodidatta, selvaggia, educata – come rammenta Leon – solo dall’ascolto di una vecchia radio, unico stimolo tra le mura di una misera abitazione.

Oltre ai suoi genitori biologici, Jimi, o Buster come lo sentiamo nominare spesso nel libro, aveva una mamma e un papà ben precisi da cui partire e a cui rivolgersi: una chitarra rudimentale e il blues o, per allargare la visuale, quella black music che sarà per sempre il carburante più valido per la sua musica. Suonare, per Jimi, era una missione, “the unforgettable fire”: in connessione totale e perpetua con l’universo. Le sue sembianze/invasioni barbariche, sottolineate con una malcelata vena razzista anche dalla stampa italiana in occasione dell’unico tour nel nostro paese – maggio 1968, una stagione non casuale -, furono una sorta di cura, di argine alle degenerazioni più commerciali. E che i frutti dolci della musica di Hendrix, burrascosa di clangori e distorsioni, eppure di grandezza smisurata, in grado di produrre una gioia di fruizione esaltante, volassero in cima allo spirito di una generazione e alle classifiche internazionali di vendita va considerata la sintesi migliore di un taumaturgo-stregone esemplare.

Jimi Hendrix Mio fratello

Esce il 21 novembre, a 70 anni dalla nascita dell’icona del rock, il libro scritto da Leon Hendrix con Adam Mitchell. 292 pagine (prezzo di copertina 18,50 Euro) in cui il fratello minore di Jimi racconta il profilo umano di “Buster”, privilegiando – per una volta – la sua vita personale a quella artistica. Dall’infanzia a Seattle, segnata da povertà e rapporti difficili con i genitori, ai giorni del successo e degli eccessi, fino alla morte di Hendrix e ai burrascosi anni che ne seguono, segnati da scontri famigliari sulla gestione della sua eredità.

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