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Gli immortali di Jovanotti è un film ambizioso e piuttosto riuscito

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Ambizione o presunzione? Il confine è spesso labile. E quando si parla di un artista come Jovanotti è quasi scontato chiedersi fino a dove si spinga la prima e dove (e se) invece a un certo punto sopraggiunga la seconda. Diciamolo subito: Gli immortali, il film girato da Michele Truglio e scritto dallo stesso Lorenzo, è un film enormemente ambizioso. E a tratti, a qualcuno, potrebbe sembrare anche presuntuoso. Ma non lo è. O, se non altro, non è arrogante. Il film, in onda su Sky Uno e Sky Arte dal 4 dicembre, esce mentre Jovanotti è in tour nei palazzetti e racconta il tour negli stadi della scorsa estate, e in particolare il concerto di San Siro. Attenzione, perché qui sta un nodo fondamentale: racconta, non descrive né riprende. Non sono le riprese del concerto: ci sono anche quelle, ma non sono l’aspetto principale. Il fulcro di tutto è raccontare l’attesa. Di Lorenzo. E del suo pubblico. Che è numeroso, ma soprattutto, come sottolinea il protagonista, «variegato: a un mio concerto si possono trovare persone che in un’altra circostanza non si ritroverebbero mai nello stesso posto».

L’idea alla base del film è seguire l’avvicinamento al primo concerto di San Siro, il 25 giugno 2015, da parte oltre che di Lorenzo e dei suoi amici e collaboratori, anche di cinque suoi fan (un fan è in realtà un’intera famiglia). C’è Giovanni, un ragazzo disabile che sorride alla vita (esattamente come Lorenzo). C’è Angelo, coetaneo di Lorenzo che ha anche messo in piedi la sua prima tribute band e fa il dj a Roma (come il giovanissimo Jovanotti). C’è Ed, il giovane cantante che ha aperto i concerti di Jovanotti della scorsa estate e che sa bene che l’unico modo per avere successo nel mondo della musica è non sentirsi mai appagato (lo stesso spirito che anima Lorenzo). C’è Tony Cairoli, otto volte campione del mondo di motocross che ha lasciato la sua terra per venire al nord e inseguire il sogno di correre (come Lorenzo, peraltro grande appassionato di motocross, fece quando venne a Milano). C’è Carolina, che ha appena fatto l’esame di maturità e andrà a studiare recitazione a New York (la città dove Lorenzo vive parte della sua vita). C’è una famiglia di Taranto, che è molto diversa da quella di Lorenzo, ma allo stesso tempo simile, perché «la Francesca mi tiene con i piedi per terra e il giorno dopo che ho cantato davanti a 50mila persone a San Siro mi dice di andare a buttare la spazzatura». C’è, insomma, l’ambizione di raccontare una varietà di storie come se fossero una, e viceversa.

Dove starebbe allora la presunzione? Se ne potrebbe trovare, in un certo senso, nell’idea di fare un film che però sia un documentario, dunque senza una sceneggiatura del tutto precostituita (e questo è anche encomiabile), ma c’è il limite evidente di non riuscire a trascinare del tutto lo spettatore all’interno della storia, a maggior ragione se lo spettatore non è un fan di Lorenzo. C’è forse anche un piccolo peccato di presunzione nel pensare che queste storie possano essere davvero universali, anche se certamente ciascuno potrà riconoscersi o immedesimarsi nelle caratteristiche di almeno una delle persone (perché personaggi non sono). Tutti azzeccati peraltro i fan scelti, tranne forse la giovane liceale della Milano bene, che risulta francamente un po’ antipatica (non tutti i milanesi sono così). Il difetto principale del film non sta però nella presunzione, come dicevamo, ma paradossalmente proprio nella sua positiva (e ottimistica) ambizione di voler essere lungo un’ora e mezza. Novanta minuti sono tanti se si vuole mantenere sempre desta l’attenzione dello spettatore. E qui manca l’intensità che sarebbe servita per rendere quello che è un buon risultato un grande risultato.

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