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Justin Bieber vs One Direction: un (primo) ascolto comparato e semiserio dei loro nuovi album

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È stato grazie ai social che mi sono accorto del fatto che la pubblicazione del disco di Justin Bieber fosse imminente. Improvvisamente la mia timeline si è trasformata in terreno fertile per schermaglie verbali a opera di vari addetti ai lavori, impegnati a giustificare/spiegare/inveire pro o contro il curioso sdoganamento di un personaggio che fino a poco tempo fa era considerato un poppante che faceva musica per poppanti.

Nel frattempo ho scoperto che lo stesso giorno è uscito pure il nuovo album dei “famigerati” One Direction. Ma il lavoro della boy-band Londinese non è stato minimamente preso in considerazione dai colleghi. Deduco quindi che i quattro inglesi non abbiano avuto la stessa fortuna di Justin, rimanendo dunque confinati in quell’irraggiungibile universo parallelo che risponde al nome di teen-pop.

Da ignorante completo (o quasi) in materia, mi sono chiesto il perché. Così ho ascoltato entrambi i dischi, per provare a capire non tanto chi siano Justin Bieber e gli One Direction (per quello basta Wikipedia), ma piuttosto dove stiano andando. O tentando di andare.

Come appena sottolineato, le premesse non sono confortanti: faccio una fatica dannata a scrivere correttamente il cognome di Justin (e Google non manca di ricordarmelo regolarmente con il suo proverbiale forse stavi cercando…), conosco un suo pezzo (tamarro) che cantava con Will.I.Am, e mi sembra di ricordare un altro singolo (piuttosto trascurabile) in coppia con Nicki Minaj. Ho invece apprezzato Where Are U Now, traccia inclusa nel disco di Jack U. A contorno, prendo anche atto del fatto che il personaggio in questione abbia subito una rapida evoluzione (da ragazzino puro a toy-boy tatuato e fisicato).

Con gli One Direction sono messo molto peggio. Anzi, sono abbastanza sicuro che qualche giorno fa – quando sono inciampato in una loro canzone giocando a Guitar Hero – sia stata la prima occasione nella quale abbia coscientemente ascoltato un loro pezzo con un minimo di attenzione, ma solo perché dovevo accumulare punti.

[NB: è inevitabile – e forse giusto – che in questa disamina affiorino opinioni soggettive, legate anche ai miei gusti musicali. Ma mi preme sottolineare che non amo giudicare a scatola chiusa, tant’è che recentemente mi sono ritrovato a incensare inaspettatamente l’ultimo album di Ellie Goulding]

 

Decido di partire con Purpose, che scopro essere il quarto lavoro di Justin Bieber. Il chiacchierato “pacchetto Skrillex” mi convince: I’ll Show You mischia elementi tipici degli arrangiamenti di Jack U a una vena The Weeknd (che per quanto mi riguarda è da leggersi come un complimento). Il singolo Sorry strappa la mia approvazione nonostante l’utilizzo del cosiddetto Dem-Bow (il ritmo del Reggaeton, che solitamente tollero a malapena), The Feeling funziona anche grazie alla bella contrapposizione che si crea con la voce di Halsey, mentre Children è un pezzo dance che fa il suo dovere. Su Where Are U Now mi sono già espresso positivamente. Per il resto è obbligatorio citare What Do You Mean (che conosciamo tutti per forza) e Love Yourself, insieme a Ed Sheeran. Trovo che siano pezzi gradevoli. Leggerini, ma gradevoli. Quello che rimane mi provoca invece una sensazione che oscilla tra torpore e indifferenza, effetto che raggiunge l’apice con il trittico Company / No Pressure / No Sense.

Passo dunque a Made In The A.M., quinto disco degli One Direction.

L’apertura mi conforta: Hey Angel descrive in maniera perfetta la mia personale definizione di “senza infamia e senza lode”, limbo dove mi sento di collocare anche la successiva Drag Me Down (anche se qui la bilancia tende a pendere leggermente verso il lato dell’infamia). Poi parte il singolo Perfect, e mi accorgo di averlo già ascoltato sotto forma di video (esperienza tutt’altro che indimenticabile). Devo ammettere che senza immagini il pezzo raggiunge ampiamente il livello di sopportabilità delle due tracce precedenti: pop rimasticato, che non lascerà grandi segni nella storia della musica, ma non per questo deprecabile. End Of The Day mi stupisce per il cambio di ritmo nel ritornello, configurandosi come primo (e forse unico) tentativo di uscire in qualche modo dagli schemi che noto in questo album. Mi vengono in mente i Fun. E, come nel caso di The Weeknd, anche questo paragone è da interpretare come una lode. Purtroppo dopo essermi convinto che If I Could Fly sia un pezzo tutto sommato passabile (nonostante sembri una cover dei Take That), mi accorgo che i minuti cominciano a diventare pesanti come ore. Pur non essendo un supporter della funzione skip, da questo momento in poi la tentazione di premere quel tasto è forte. I suoni che escono dalle casse mi passano attraverso senza lasciare traccia. Almeno fino ad I Want To Write You A Song, che mi lascia senza parole per sciatteria e banalità. Alla fine mi sorge un dubbio a dir poco terrificante: perché non ho speso il mio prezioso tempo per ascoltare il disco di natale di Kylie Minogue?

Il mio buonismo di fondo mi suggerisce che forse ci vorrebbero altri ascolti. Ma la tentazione di dare un’altra chance agli One Direction si spegne quasi subito: dopotutto qui si parla di musica pop, non dei King Crimson. E allora comincio a tirare le mie conclusioni, e a capire sia l’interesse per l’album di Bieber che l’indifferenza riservata a Made In The A.M.

L’impressione è che Justin abbia confezionato un disco moderno e furbo, mettendo in pratica la sacra lezione del recente Major Lazer – uno dei pochissimi progetti in grado di mantenere un piede nella coolness e l’altro nelle classifiche. Gli One Direction si sono invece accontentati di aggiungere al loro catalogo 13 nuovi brani, che è difficile definire furbi e che di moderno non hanno proprio niente: l’unica lezione che hanno imparato proviene dalle boy-band degli anni Novanta, con il risultato che l’album esce nel 2015, ma avrebbe potuto tranquillamente vedere la luce vent’anni fa. Che sia chiara una cosa: non è una questione di “giusto” e “sbagliato”. Siamo semplicemente al cospetto di due posizionamenti strategici differenti: il primo mira a conquistare nuovi ascoltatori preoccupandosi di mantenere anche la vecchia guardia (da qui l’aggettivo “furbo”), mentre il secondo è un approccio strettamente conservativo. È anche opportuno precisare che non si sta parlando di due dischi irrinunciabili: sugli One Direction ho già infierito abbastanza (e non era mia intenzione farlo, giuro), mentre Justin è ancora lontano dall’essere un vero fuoriclasse (la sua bella voce pare ancora troppo monocorde, e molti brani della scaletta di Purpose paiono deboli).

Sviscerati i contenuti, si potrebbe anche prendere in considerazione l’involucro. Ma questo porterebbe a domande scontatissime, tipo: “Se non fossero così bellini godrebbero della stessa attenzione?”. Lascio volentieri ad altri l’arduo compito di filosofeggiare sull’argomento. Intanto – con la coscienza perfettamente pulita – torno ad ascoltare l’ultimo disco di Ellie Goulding.

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