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Kurt Cobain, il mito che voleva essere uomo

Kurt Cobain

Esce il 28 e 29 aprile il documentario sul leader dei Nirvana, il primo a raccontare la storia dal suo punto di vista e a contare sul supporto della famiglia. Il trailer di Kurt Cobain: Montage of Heck.

di Carolina Saporiti

Non aspettatevi un documentario sulla Generazione X e nemmeno sul grunge di Seattle. Kurt Cobain: Montage of Heck (nelle sale italiane il 28 e 29 aprile), a detta del regista Brett Morgen, è l’adattamento cinematografico della vita della rockstar. Non è una celebrazione del mito e nemmeno un’accusa nei confronti di Courtney Love – entrambe le cose sono già state fatte –, è solo la storia della ascesa e della fine di un ragazzo di Aberdeen. È la storia di un uomo.

È stata Courtney Love, nel 2007, a chiedere a Morgen di “fare qualcosa” con tutto il materiale a disposizione su Kurt, dopo aver visto The Kid Stays in the Picture (Morgen ha diretto anche Crossfire Hurricane, docufilm sui Rolling Stones). Sono serviti otto anni di lavoro per selezionare e scegliere cosa inserire, tra 4mila pagine di note, centinaia di demo, ore di video privati, backstage e interviste. Il risultato è una biografia che ha l’ambizione di essere, anche e soprattutto, un regalo per la figlia di Cobain, Frances Bean, che ne è anche produttore esecutivo. Montage of Heck prende il nome da un mixtape, un po’ delirante, che il cantante realizzò nel 1988 con un registratore a quattro tracce mettendo insieme demo, bozze e suoni che amava: un collage come lo è questo documentario che combina video di repertorio e clip privati (dell’infanzia e della vita di famiglia), audio inediti, ma anche disegni che Kurt ha realizzato per tutta la sua vita e che Morgen ha animato come fossero il flusso di coscienza del cantante.

La breve vita del leader dei Nirvana è ripercorsa in 132 minuti, dalla sua infanzia fino a qualche settimana prima della sua morte. Qui il documentario si interrompe bruscamente perché «chi è interessato alle ultime ore di vita di Cobain non è un fan, ma un becchino», sostiene Morgen. E in effetti la discesa nel buio era ormai compiuta, il fondo già toccato. Una scelta non facile quella di tralasciare le ultime ore di vita, ma che ha permesso di mettere l’accento su altro: sul costante inseguimento di Cobain dell’amore, lui che era rimasto così scottato dal divorzio dei genitori, e del successo, ossessionato com’era a diventare la più grande rock star del mondo, nonostante fingesse il contrario e si concedesse con fatica ai media.

Il risultato è un lavoro grezzo, intimo, che riporta l’icona di un’intera generazione a un livello umano: ne escono il lato migliore di Cobain, quello del genio creativo, del compagno innamorato e del padre di famiglia. Senza però celare il peggiore, quello del tossicodipendente che non riesce a tenere in braccio la figlia neonata per quanto è fatto, e che non sopporta l’idea di un tradimento da parte di Courtney Love. Kurt Cobain: Montage of Heck è insomma la storia di un ragazzo che diventò grande inseguendo un sogno e che per quello morì. Probabilmente non è ciò che i fan si aspetterebbero di vedere sul loro mito (e molti noteranno l’assenza di Dave Grohl tra le testimonianze) ma, dice Morgen, «è un film su Kurt: doveva essere onesto».

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