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Kurt Cobain non morì accidentalmente. Le ultime fermate prima del capolinea

Kurt Cobain

A differenza di molti suoi illustri colleghi, Kurt Cobain non morì accidentalmente. Ripercorriamo alcune tra le tappe tristemente fondamentali della sua corsa fatale, nel giorno in cui si ricorda la sua prematura scomparsa.

Il frontman dei Nirvana muore tra il 4 e il 6 aprile 1994, anche se il rapporto pubblicato dopo l’autopsia fissa nel 5 aprile il giorno in cui il leader dei Nirvana “con ogni probabilità” ha esalato l’ultimo respiro. Il suo corpo viene ritrovato solo tre giorni più tardi da un elettricista della Veca Electric, nella serra presso il garage della sua casa sul Lago Washington, a Seattle. La sua morte lascia un’intera generazione senza parole. Nella testa di milioni di persone echeggiano quelle della madre Wendy («È andato a raggiungere quello stupido club. Gli avevo detto di non farlo») e quelle dello stesso Kurt, che nella sua lettera d’addio decide di citare Neil Young (“È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”). L’elitario club cui si riferisce Wendy è  quello di Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison, illustri rockstar che avevano abbandonato la scena alla stessa età di Cobain. Ma – lettera iniziale del nome a parte – la grande differenza fra le circostanze in cui sono scomparsi i tre e Kurt sta nell’accidentalità: se Janis, Jimi e Jim se ne sono andati in maniera repentina e (chi più chi meno) imprevedibile, a posteriori si può legittimamente affermare che il suicidio di Cobain fosse l’unico finale possibile di uno scenario che negli ultimi tempi era andato peggiorando in modo sempre più evidente. Lo sapeva bene chi gli era vicino, nonostante la preoccupazione venisse per ovvie ragioni mascherata.

Kurt aveva già visto la morte in faccia. Il ricordo della prima volta è scolpito nella mente di Courtney Love. Miss Cobain (in realtà all’epoca non sono ancora sposati) si sveglia all’alba del 12 gennaio 1992 e trova il futuro marito steso a faccia in giù sul pavimento della loro camera d’albergo di New York. La sera precedente i Nirvana si erano esibiti al Saturday Night Live, entrando nelle case di decine milioni di americani grazie ad uno dei più popolari show televisivi degli Stati Uniti. Un evento straordinario che non era servito però, così come la recente scoperta della gravidanza di Courtney, a tenere lontano Kurt dall’eroina. «Non era in overdose, era MORTO» racconta la futura moglie dopo l’accaduto, che grazie al suo intervento (a base di pugni al petto e secchiate di acqua fredda) ha beneficiato di un lieto fine.

Proprio mentre i Nirvana iniziavano ad assaporare il successo mondiale, il loro leader metteva in pratica i suoi scherzetti per nulla divertenti. Ma Cobain era di altro avviso: quando riprendeva i sensi, invece di sentirsi in colpa, e di scusarsi, ci rideva sopra. La sua costante insoddisfazione e il suo perverso senso dell’umorismo rendevano ostica l’identificazione del pericolo imminente: basti pensare che Kurt considerava la frase “I Hate Myself And I Want To Die” (che in origine doveva essere il titolo di In Utero) «uno scherzo».

La naturale predisposizione a vivere sull’orlo del precipizio, era aggravata dalle sue precarie condizioni fisiche: i forti bruciori di stomaco (una disfunzione che non fu mai identificata con precisione) erano un motivo in più per ricorrere alla siringa: l’eroina leniva il dolore. Questo letale miscuglio di fragilità emotiva, dolori fisici e atteggiamento di strafottente e perentoria sfida lo rendeva immune alla paura. Vista dai suoi occhi, la morte assumeva le sembianze di una liberazione. Iniettarsi dosi che superavano la soglia di emergenza era la norma, e la pratica di soccorso attuata da Courtney a New York era diventata una triste prassi per tutte le persone che condividevano con lui i momenti di alienazione dal mondo.

L’ultima fermata prima del capolinea ci tocca più da vicino. Roma, 3 marzo 1994: un mix di champagne e tranquillanti rischia seriamente di uccidere Cobain. Quel giorno passa alla storia come “The Rome Incident”. In questo caso le dinamiche sono meno chiare e di conseguenza la ricostruzione dei fatti diventa più complessa. Una volta fuori pericolo, Kurt dice al medico che lo risveglia di non ricordare niente della notte precedente. Inizialmente si esclude l’ipotesi del tentato suicidio: la versione ufficiale parla di un’overdose accidentale – una tesi tanto credibile che viene presa per buona da tutti, perfino da Krist Novoselic e Dave Grohl.

L’episodio si fa misterioso quando, dopo la morte di Kurt, Courtney rivela che quel giorno, nella stanza d’albergo romana, aveva trovato un biglietto di Cobain che recitava così: «Devo scegliere tra la vita e la morte; sto scegliendo la morte». Frasi che facevano riferimento alle parole di un dottore della clinica dove poco prima era stato nel tentativo (fallito) di disintossicarsi. Ma questo famigerato biglietto non è mai stato visto da nessuno, e la fonte non brilla certo per attendibilità. Essendo poche le certezze, è quindi opportuno soffermarsi sull’unica realtà rilevante: a giudicare da quello che sarebbe successo di lì a breve, il processo di (auto)distruzione di Kurt aveva raggiunto uno stadio irreversibile.

Rafforzano questa tesi le parole di Charles R. Cross. Nella biografia Heavier Than Heaven, lo scrittore afferma che il tour dei Nirvana era stato interrotto con un paio di date d’anticipo rispetto alla pausa prevista in seguito al referto di un medico, secondo cui Cobain era troppo malato – tracheite – per esibirsi. In effetti, l’ultimo (disastroso) live dei Nirvana, tenutosi a Monaco il 1 marzo 1994, viene tuttora ricordato per i problemi di voce di Cobain, che a fine concerto ordina al manager di cancellare le date successive. Il fatto che ci fossero dei reali acciacchi fisici non è in discussione, ma il problema principale stava nella testa di Kurt, che evidentemente non ne poteva più.

Un’altalena di fatti e umori accompagna l’ultimo mese di vita di Cobain, che si snoda attraverso momenti di effimera ripresa e cadute rovinose, liti furibonde con Courtney e tentativi di uscire definitivamente dalla trappola della droga. Il primo giorno di aprile Kurt fugge dal centro di recupero di Marina Del Rey (Los Angeles) dove aveva deciso di andare di sua spontanea volontà. Di lui si perdono le tracce e gli investigatori privati sguinzagliati da Love – in quel periodo stava anche lei in rehab – non serviranno a niente. Kurt torna a Seattle, riesce a procurarsi un’arma grazie all’aiuto del suo amico Dylan Carlson (dicendogli che gli serviva per difesa personale) e dopo essersi iniettato una dose probabilmente fatale di eroina preme il grilletto, cancellando tutto.

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